E poi tutto tace
All’improvviso eccolo là
Il suo sorriso mi confonde
Le sue labbra cercano me
E poi tutto tace
E il suo sguardo su di me
Quegli occhi innamorati
Il buio che confonde
E poi tutto tace
E lui là con la sua voglia di me
E io lo guardo ma ho paura
Perché la notte se lo porta via
E poi tutto tace
Intona una canzone
Brilla l’ultima stella
Muore l’ultima cometa
E poi tutto tace
Quando lui scivola su di me
Urla il suo dolore
Chiede un’ ultima occasione
E poi tutto tace
Vorrei scappare ma lui è lì
Col cuore innamorato
Le mani giunte in grembo
E poi tutto tace
E io che faccio piango
Solo lui e le sue mani su di me
Brilla la scintilla e muore sui suoi occhi
E poi tutto tace
Il letto è vuoto
Io sono da sola
E lui è andato via
E poi tutto tace
E poi tutto tace
E poi tutto tace
E poi tutto tace
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lunedì 23 gennaio 2017
sabato 14 gennaio 2017
Sedici cose che mi ha insegnato il 2016
Ho letto una lista simile sul blog di “Chiara
pensa troppo” e questa è una di quelle mattinata uggiose in cui tutto sembra
spaventosamente difficile, anche mettere in pausa Rossana
per lavare i piatti. È una di quelle serate in cui tutto sembra nero,
nonostante la mia incapacità di essere di impatto. E le ragazze possono anche
incoraggiarmi a credere in me stessa e a
ballare, foss’anche con Dancing
Queen degli Abba, ma resta comunque quella sensazione di sfiducia
sedimentata nel mio inconscio. E allora compiliamola questa lista…
1) Posso
vivere da sola, in un monolocale, con una serenità mai vista. Sapevo
che avrei amato vivere da sola, da ragazzina lo sognavo continuamente, con la
speranza che ce l’avrei fatta prima o poi. Ma non avrei mai immaginato che mi
sarebbe piaciuto così tanto. Ci sono momenti in cui vivere da solo fa schifo,
come quando stai male o quando ti tagli e non sai cosa fare, ma
fondamentalmente vivere da solo è una ficata pazzesca, e lo amo.
2) Posso
essere una professionista seria. Quando ho iniziato a lavorare, durante lo
stage, non lo avrei mai immaginato. Diventare effettivamente una consulente per
una grossa multinazionale è stato un grande salto, uno di quelli che ti
cambiano la vita e io non pensavo davvero di essere all’altezza della
situazione. Non riesco a crederci che è già quasi un anno che sono in questa
azienda. È quasi un anno che lavoro, guadagno i miei soldi e vivo.
3) La morte
fa parte della vita. Ad aprile, la notte tra l’11 e il 12, mia nonna è
venuta a mancare. Non è il primo lutto che affrontiamo come famiglia, ma è
sicuramente quello che negli ultimi anni ci ha colpito più duramente. Mia nonna
era davvero una delle nostre colonne portanti. Un mese dopo, sono andata a
Torino, al Salone del Libro, invece di andare alla messa commemorativa. Mi sono
sentita in colpa per un sacco di tempo, perché non credevo di poter andare a
vivere un’esperienza unica come al Salone, perché effettivamente era un
insulto, una mancanza di rispetto. Per tutto l’anno ho vissuto questi momenti
di totale ambivalenza. Poi, però, mi sono detta che mia nonna avrebbe voluto
che mi divertissi… e ci ho comunque provato.
4) Il tempo
allevia ogni dolore, ma resta lì a far male, come ogni vecchia cicatrice.
Il 2016 è stato un anno complicato, di quelli che ti precipitano addosso senza
pietà. Sono sopravvissuta, a stento. Tra lutti e terremoto e trasferimenti e perdite,
ho perso tanto, ma ecco, ci sono ancora. Un po’ ammaccata forse, ma viva.
5) L’amicizia
per me è fondamentale. Mai come quest’anno mi sono resa conto che la mia
salvezza sono le mie amiche anche se vivono lontanissime da me, anche se sono
lontane chilometri, anche se non ci sentiamo tutti i giorni. Le mie amiche sono
la mia salvezza, davvero. E meno male che ci sono. Anche le amicizie nate per
caso, e quelle che non credevi possibili.
6) L’Italia
è bellissima. E voglio vedere tutto. E si sono una “cultrice del masso”
cit.
7) Ho un
grosso spirito di adattamento. E continua a sconvolgermi. Nonostante mi
abbiano gettato in un progetto di cui non capivo una mazza, e che mi è ancora
oscuro. Ho vissuto un mese in albergo, ho preso e mi sono trasferita da un
giorno all’altro senza fermarmi. È assolutamente sconvolgente, ma d’altra parte
è anche divertente girare cercando una soluzione.
8) Non
riesco a vedermi con occhi obiettivi. Ho dovuto finire la mia
autovalutazione e parlando con i miei colleghi mi sono resa conto che per qualcuno
quello che faccio non è scontato o banale. Ma io pretendo molto da me stessa,
non mi fermo all’inizio, io cerco sempre di fare di più. Ma non so come
fermarmi.
9) Il blog
è sempre la mia salvezza. Senza blog non riesco proprio a starci, ma anche
se in un paio di occasioni il lavoro ha rischiato di fagocitarmi, anche se in
un paio di occasioni ho pensato di smettere. Ma non ce la faccio, ho bisogno di
parlare di quello che leggo, di condividere il mondo delle mie letture, anche se
in maniera frammentata, anche se con scarse capacità. Ma ne ho bisogno,
davvero.
10) A volte
ci vogliono delle pause per staccare la spina, altrimenti si impazzisce. Ho
compreso che non sono una macchina, che in qualche modo ho bisogno di fermarmi.
Devo, devo, devo, mettere dei punti fermi.
11) Il
frecciarossa è mio amico. Viaggiare in treno mi piace un sacco, mi rilassa,
mi entusiasma… e il frecciarossa è stata la mia salvezza. Ho passato più tempo
in frecciarossa che in qualsiasi altro
posto quest’anno.
12) Mi
innamoro sempre dei tizi sbagliati. Ecco, purtroppo ho il vizio di
invaghirmi sempre delle persone sbagliate, fidanzate, incoerenti, pazze. Me le
cerco con il lanternino. Quando poi sembra che si poteva concretizzare qualcosa…
sono partita. Ma sono stanca. Voglio la felicità e un tizio che mi rispetti e
mi faccia ridere.
13)
Diventare adulti fa schifo. Hai un sacco di beghe che devi risolverti da
solo, le bollette, la dichiarazione dei redditi, la vita. Insomma crescere è
difficile.
14) I sogni
si possono realizzare facendo pazzie, e incontrare uno dei tuoi idoli è
meraviglioso. E voglio farlo di nuovo, anche se farsi Torino-Lucca in
giornata è stato sfinente, ma lo rifarei di nuovo, e ancora e ancora.
15) Posso sentirmi
bella anche se non sono una spilungona sexy. Con qualche difficoltà, perché
io odio il mio corpo e non mi piaccio molto, odio le mie cosce, il mio seno, il
mio corpo in generale, ma sto cercando di accettarmi, di mettere le gonne anche
se non le ho mai indossate, di non lasciarmi condizionare dalla mia paranoia. O
almeno ci provo.
16) Adoro
viaggiare. E non voglio smettere.
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sabato 3 dicembre 2016
Quando pretendi che cresca l'erba voglio
La vita che consuma le ossa, genera istanti sospesi in mezzo alla tempesta, dimenticati dalle incongruenze che seminano dubbi. Generare l’empasse è un atto inconsapevole, ingestito nel mondo che sfinisce le più recondite possibilità, cede sotto i colpi della malasorte.
Certe sere che arriva quel debilitante senso di nostalgia, quel pesante e ignobile vuoto a perdere, quella agghiacciante sensazione di nulla cosmico. L’insostenibile perdita di realtà virtuali che abbracciano la nostra stessa intensità. Perdo tutte le distanze, perdo il contatto con la realtà, dimentico l’inevitabile.
Sto fissa in un punto, immobile, quanto incerta, debole quanto stanca, inafferrabile quanto esacerbata. Cerco conferme che non arrivano, abbracci che esistono solo nei miei sogni, desideri inespressi nella convoluzione della mia esistenza. Cerco energie perse, consumate nel vano tentativo di catturare desideri saltellanti. Cerco inevitabilmente altre vie di uscita, gesti che hanno altri significati, altre vite, altre esistenze. Pretendo attenzioni che non riceverò mai.
lunedì 14 novembre 2016
Scheggia
Sopravvivere alle intemperie emotiva,
scivolare nel clamore della folla,
camminare sul filo del rasoio dell'umanità consumata,
cadere nello sproloquio di chi non afferra la razionalità,
precipitare nella consapevolezza delle schegge di idee,
isonorizzare l'anima alla pressione di quel doloroso palpito.
scivolare nel clamore della folla,
camminare sul filo del rasoio dell'umanità consumata,
cadere nello sproloquio di chi non afferra la razionalità,
precipitare nella consapevolezza delle schegge di idee,
isonorizzare l'anima alla pressione di quel doloroso palpito.
giovedì 6 ottobre 2016
Nel mezzo di Torino
Torino è una città
meravigliosa, che mi ha conquistato fin dal primo momento in cui ho iniziato a
camminare per le sue strade perpendicolari, i suoi viali lunghissimi, il nucleo
centrale che si irradia verso l’esterno e le stazioni e si propaga fino al Lingotto
e oltre, con quella pianura così diversa dalle mie amate colline. Dal
grattacielo dove lavoro, si uno dei pochi che ci sono, accanto alla stazione di
Porta Susa, sembra quasi di toccare quelle Alpi che cingono da est il capoluogo
piemontese. C’è tanta aria frizzante, quel freddo che ti penetra dentro,
quell’atmosfera da città europea che tanto si discosta dalla fissità dei Borghi
medievali di provincia a cui sono abituata. Torino respira un multiculturalismo
che si nutre anche di cibo, non solo il gianduiotto e la bagna cauda, ma la
carne, quella Fassona che sembra fiorire ad ogni ristorante, i plin, gli
agnolotti, il gelato e il bonet (che se vi piacciono i dolci liquorosi è un
must have).
Mi sono innamorata di
Torino, con quelle atmosfere da fin de siecle, le strade affollate, lo struscio
lungo via Garibaldi della domenica pomeriggio, gli artisti di strada in piazza
Castello, i negozi di lusso di via Roma e via Lagrange, quelle librerie
meravigliose che ti sbucano da un angolo e le gelaterie. Poi adoro il mio quartiere
e il mio monolocale, piccolo, funzionale, e incredibilmente comodo.
È il lavoro che mi
sfinisce, che mi ruba tutte le energie e le ore di veglia, è il lavoro che
risucchia ogni centimetro di vitalità che mi pervade. E non è per lamentarmi,
io sono molto serena e soddisfatta. Il mio capo mi ha detto che ho raggiunto il
mio primo obiettivo, il nostro commerciale ha avanzato l’ipotesi che mi merito
una promozione, e mi ha anche detto che il nostro amministratore delegato sa
chi sono. Il cliente si fida di me e del mio lavoro, tanto da coinvolgermi
nelle decisioni, nelle riunioni, nei pranzi, nelle confidenze. Il team,
eterogeneo e ricco, è estremamente divertente, anche se venato di un
maschilismo irritante, è comunque formato da bravi ragazzi, con cui è facile
lavorare. L’atmosfera è allegra e vivace, e mi sono già inserita nelle
dinamiche, nelle prese in giro, nelle battute, nelle risate. Oggi sono andata a
pranzo con soli interni, eppure mi fanno sentire così a mio agio, che non si
sentono le divisioni da “ehi sei una consulente, addio, scompari, non posso
parlare con te. Eppure la pesantezza degli orari sempre più tardi inizia a
farsi sentire. Eh si che è con i progetti così sfidanti che si impara di più, è
con questi progetti allucinanti che ci si forma nel mondo della consulenza. Eppure,
a volte, vorrei solo avere più tempo da dedicare al blog.
giovedì 25 agosto 2016
Non mi abituerò mai a sentire la terra tremare
Una delle cose più
terribili che abbia mai dovuto affrontare da sempre è il terremoto. È una delle
cose che mi spaventa di più in assoluto, perché di fronte alla terra che inizia
a tremare non possiamo fare nulla, se non metterci in salvo e osservare
immobili i danni. Ed è incredibile ripensare al terrore cieco che mi ha
catturato ogni volta che siamo stati investiti dal sisma. Quello del 97,
quando ero solo una bimba di otto anni, sotto al banco di terza elementare, tra Marche e Umbria, Colfiorito distrutto da macerie
e macerie, con i container rimasti lì per anni. Il 6 aprile 2009, quelle 3:35
che nel cuore della notte ci hanno fatto precipitare in strada, e dormire tutti
nel lettone dei miei, con gli occhi
sbarrati e il mattino dopo l’esame di Fondamenti di Automatica, e chi se lo
scorda, con gli amici abruzzesi trapiantati ad Ancona con gli occhi vacui e
il terrore nel cuore, completamente impotenti. Lo guardo fisso al telegiornale, tantissime giovani vite
spezzate, quella Casa dello Studente sventrata e irriconoscibile. E nel maggio
del 2012 in Emilia, a pochi giorni dal mio compleanno, la terra sussulta, il
cuore piange, tantissimi amici oltre confine della mia regione. E sempre ti
assale quella paura cieca, la voglia di scappare, non sapere dove andare, ansia per quel mondo che sembra scomparire in un attimo, invaso dalle
macerie e dal tremore.
Anni dopo e continuo a
tremare. Tremo, lo faccio da giorni oramai, incapace di mettere a tacere la
paura angosciante. Martedì notte ero a casa di amici a bere e ridere quando è
iniziato a ballare tutto. Secondi interminabili, paura che ti attanaglia le
viscere, le gambe che tremano anche dopo. 3:36 e tutto rapidamente cambia. Un
attimo prima ridi, un attimo dopo tremi. 140 secondi interminabili, a guardarci
in faccia, a stringerci le mani, che si, ti sembrava di morire, ma stiamo tutti
bene. Mother che mi chiama e mi chiede “Dove sei?”. Tornare a casa e per il
borgo qualche calcinaccio. Il borgo ammaccato e sgrullato per bene, la gente
per i vicoli, che si chiama, che cerca di dare conforto come può. Stare in
strada. Rientrare. Dopo poco precipitarsi di nuovo fuori e continuare a
tremare. Non è passata neanche un’ora e un’altra terribile scossa ci ha
colpito. Aggirarsi per le strade affollate, guardare volti di persone conosciute
in preda al panico a tormentarsi e a ringraziare per non aver subito danni, per
essere ancora vivi. Rimanere in macchina, leggere freneticamente sui social cosa
succede, perché chi ci torna in casa con cocci in terra di oggetti fracassati,
l’intonaco della mia camera da letto caduto sulla scrivania e sui miei libri. E
ancora scosse, una trentina in tre ore e tanta paura. Scosse di assestamento
che a volte sembrano non finire mai, che sembrano anche peggio della prima,
perché rinnovano la paura. Noi per fortuna stiamo bene. Ad Amatrice (bellissimo
borgo), Accumuli, Arquata e Pescara del Tronto e altri paesi nel rietino e nelle basse Marche non
possono dire la stessa cosa. Vedo le immagini scorrere in tv e mi viene da
piangere. Ad ogni storia disastrosa che ascolto lacrime silenziose scivolano
lungo le mie guance e non so come reagire. A volte sembra davvero che ci si
accanisca. Quando poi ti rendi conto dei giornalisti che pur di accaparrarsi lo
scoop non elemosinano nell’inquinare la tragedia, nel dipingerla a tinte fosche
a renderla sempre più ignobile. E allora ti rendi conto di come si cerca di
guadagnare su qualsiasi cosa, che la solidarietà di tantissimi si accompagna
alla critica facile e al male di altri, che è più facile attaccare che
rimboccarsi le mani, ma che c’è anche tanto bene intorno a noi. Equilibrare le
cose sembra difficile ma è necessario per ricominciare e andare avanti. Piano piano
stiamo tornando alla vita di sempre anche se viviamo sul chi vive, con l’incubo
che potrebbe ripetersi da un momento all’altro. Raccogliendo cocci di
suppellettili rotte, tremando ogni volta che sento un rumore sospetto, con il
sangue gelato nelle vene ad ogni sussulto. E non mi abituerò mai a sentire la
terra tremare.
domenica 21 agosto 2016
Dall’Appennino alle Alpi
“Sempre
caro mi fu quell’ermo colle”
A volte sento una
nostalgia perniciosa e inarrestabile, che calpesta le certezze tanto
faticosamente raccolte. A volte mi ritrovo a fissare il paesaggio fuori dalla
finestra e ad acquisire la consapevolezza che non lo ritroverò tanto presto,
che mi trasferirò e che sarò lontana chilometri e chilometri. Se da un lato mi
entusiasma finalmente andare a vivere da sola, senza i miei genitori, senza zie
e senza inquilini, perché ho trovato un carinissimo monolocale da affittare,
dall’altro mi mancherà ancora di più la mia terra, quelle calde colline tiepide
e verdi, quei colori tipici del maceratese, quel borgo tanto odiato e tanto
amato.
Eppure cerco di non
pensare alla finalità di un viaggio dall’altro lato dell’Italia, cerco di non
pensare al nuovo addio e all’impossibilità di scappate più frequenti come
quando ero a Firenze. Firenze con quel mantello di struggenti riecheggi
rinascimentali, vorticosi e ignari, quella “c” aspirata che non ho mai
accettato del tutto e la stazione di Santa Maria Novella davvero capace di
portarti dappertutto. Come al solito sono in preda all’ansia perché non so di
preciso come andranno le cose. Tornare a Torino sarà come gettarsi nel vuoto,
intraprendere una carriera di cui non so nulla mi lascia interdetta e ansiosa,
spero davvero di prendere le decisioni giuste, di essere capace di fare tutto
nel modo migliore, di essere davvero all’altezza della situazione. Ho paura,
davvero, ma spero di sopravvivere come ho fatto fino ad ora.
martedì 16 agosto 2016
Becoming an adult is like jump in the void
Mi trovo nella mia
camera da letto, quella dove sono cresciuta, a fissare il paesaggio collinare
che si estende fuori dalla mia finestra. Il sole brilla sui campi dalla terra
smossa, quelli con i girasoli secchi pronti per essere spazzati via per
recuperare i semi e il verde degli alberi. L’estate è sempre stato il mio
momento prediletto. Amo guardare il verde che si estende a perdita d’occhio,
crogiolarmi al sole, sciogliermi nell’afa. Passare le ferie nella mia regione
al sapore di una incongruenza infinita, anche quando tutto sembra perdersi
nello scirocco. Se penso all’anno scorso, a come mi dibattevo alla ricerca di
un’occupazione che stentavo a raccattare, mi viene quasi da ridere e vorrei
tornare da quella neolaureata scoraggiata e dirle che si, saremmo
sopravvissute, si ce l’abbiamo fatta non solo a vegetare ma a trovare un’occupazione
entusiasmante e remunerativa. Non lo avrei mai creduto, eppure sono qui, a
godermi le ferie. Eh le ferie, dopo sei mesi di corsa, studio, apprendimento,
rischi, esperienze. Dopo aver vissuto a Firenze e ora a Torino.
È strano come
improvvisamente inizi a pensare di essere adulta, di non essere più una
ragazzina che alla minima difficoltà va dai genitori. O meglio che non vive più
con la propria famiglia e che non si può più disinteressare di qualsiasi
aspetto legato alla casa, alle tasse, alla vita. Una settimana fa ho firmato il
mio primo contratto serio, un contratto a tempo indeterminato con una società
di consulenza americana, ho accettato di trasferirmi a Torino e sto seguendo un
progetto entusiasmante anche se pieno di pericoli. E sono così impaziente di
compiere le mie scelte, di crescere, di entusiasmarmi anche se purtroppo
aumentano in maniera esponenziale le responsabilità. Nessuno mi tratta più come
la stagista della situazione, sono la Data Owner del nostro team, tengo le fila
dei file, condivido le opinioni e le riunioni, intrattengo rapporti con il
cliente offrendo il mio punto di vista e le mie competenze anche quando non
sono esperta in niente. Il mio manager valuta la mia opinione, il mio collega l’altro
giorno mi ha detto che il nostro
responsabile ha affermato che l’azienda vuole puntare su di me, facendomi
crescere e dandomi competenze vere. Il che è davvero entusiasmante. Anche se
spaventoso. Anche se completamente destabilizzante.
Per ora mi godo le
ferie…
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mercoledì 13 luglio 2016
Partire e tornare a mangiare bagna cauda
Quando ho iniziato
questo percorso lo scorso novembre non avrei mai mai mai immaginato dove mi
avrebbe portato. Quando sono arrivata ad Ariano Irpino con una candidatura
inviata il giorno prima della scadenza del bando, una incredulità di fondo
quando mi hanno chiamato di sabato per fare il colloquio la settimana
successiva, il viaggio della speranza passando per Foggia e finendo in una
stazione dimenticata da dio in fondo ad una valle, in Irpinia, di cui ignoravo
l’esistenza. L’incontro con un palermitano e un ragazzo di Como con cui ho
condiviso caffè, risate e pausa pranzo, nell’ansia di non sapere cosa fare
della propria vita e tirocini a metà, e domande “ma tu ci vieni davvero qui ad
Ariano se ti prendono?”. E quel colloquio in cui sono riuscita ad infilare i
libri e Un uomo della Fallaci, con un’attesa infinita che sono stata la
penultima che tanto io e l’altro ragazzo restavamo a dormire lì, che come ci
torno a casa? E a momenti non ci tornavo neanche il giorno dopo, che per
fortuna il tipo mi convinse ad andare con lui in autobus fino a Foggia (autobus
che subì un guasto e si fermò a pochi chilometri da Ariano), che c’era stata l’alluvione
nel beneventano e i treni non passavano. La certezza che quel colloquio fosse
andato malissimo, con la prospettiva di altre ricerche al pc e invii di
curriculum e depressione. La telefonata in un venerdì pomeriggio che si mi
avevano presa e “Oddio mamma devo andare
ad Ariano!” e nessuno ci credeva, sembrava talmente impossibile, che io stentavo
a realizzare. Una settimana frenetica di preparativi e il viaggio verso sud con
l’ansia a palla e il ciclo. Eppure…
eppure sono sopravvissuta a tre mesi di scleri, progetti, consegne alle
cinque della mattina, weekend ad Ariano con il palermitano, che avevano preso
anche lui, e gli altri reclusi, a base di pranzi e cene cucinati da noi, e
serate al Black Rose, pseudo studio e compiti di inglese. Freddo, neve,
colloquio a Roma con l’ansia a due milioni con il capo dei capi della mia
azienda preferita tra quelle che finanziavano il corso, e quella per cui hanno
scelto di candidarmi, che quasi non ci credevo che ero tra loro. E ancora non stentavo
a rendermi conto quando ci hanno convocato per dirci che ci avevano preso. Che
si saremmo andati a fare il tirocinio lì. Ci avevano prospettato Roma, Milano,
Torino e poi invece mi dissero “Ehi tu Annachiara vai a Firenze” che sembrava
una figata assurda. E prima vai a
Milano, poi non vai più a Firenze ma a Torino. Quattro giorni a Torino e “ehi
chiudiamo il progetto, saluti e baci” e vai a Firenze.
E qui a Firenze sono
stata benissimo, il tirocinio più entusiasmante che potessi desiderare, con un
supervisor che ci ha tenuto a insegnarmi il mestiere e a farmi volare da sola,
tra prove al cardiopalma con il tasto invio premuto con il cuore in gola e
presentazioni su argomenti che a momenti “sono l’esperta italiana” come ci
teneva a sottolineare il mio supervisor. Quegli “ottimo lavoro” e “Bravissima”
che mi risuonano ancora nel cervello nonostante tutto. Spiegare al cliente il
funzionamento di una query già dal primo giorno a lavoro, che dopo tre settimane
di lettura e spostamenti ero ancora praticamente digiuna di tutto, con tanta
forza di volontà e la consapevolezza che niente è impossibile. E sembra passato
un secolo e invece solo qualche mese, da quel piovoso (o nevoso) sabato di
marzo in cui sono sbarcata nella patria di Dante. E sono felice di come sono andate le cose
anche se la solitudine mi ha inghiottito le ossa e mi ha fagocitato il temperamento.
Credo che la mancanza di persone con cui vivere Firenze fuori dagli infratti
del mio lavoro sia la cosa che più mi ha penalizzato e distrutto.
E ora… ora si apre un
nuovo capitolo e torno a mangiare bagna cauda prima di quello che credevo. So
Torino aspettami, di nuovo!
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venerdì 1 luglio 2016
Fare come i castori
Sapevo che non sarei
riuscita a cambiare le carte in tavola, perché in fondo è così che va, sono a
fissare questo scorrere muto di fronte all’infinito e invece ho perso di nuovo,
ho perso la motivazione che mi serviva per continuare a credere in questa cosa,
questa scintilla che forse mi sono solo immaginata. Come a dire di aver perso
di fronte ai frammenti sconnessi della mia immaginazione.
E allora devo trovare
soddisfazione altrove, da altre parti, da altri contesti. Dal lavoro, pensando
che la mia forza di volontà è davvero
una spinta potente. E dovrei davvero smetterla di dubitare delle mie capacità, che non è vero che sono un
fallimento totale, che non è vero che sono un’incapace. Eppure quel senso
implacabile di orrore e sfiducia continua a colpirmi, continua a mietere
vittime nella mia mente desolata. Sono io che perdo, eppure sono io che cedo le
armi. E in realtà ho avuto l’ennesima dimostrazione che non faccio così schifo.
Il mio supervisor in realtà me lo ripete dall’inizio di questo tirocinio, ma io
continuo a dirmi che no, non è vero, eppure lui mi da una fiducia sconfinata,
eppure lui è uno di quelli che crede in me. Ne è la prova l’ennesima
presentazione davanti ai colleghi esperti della nostra azienda e i nostri capi.
I complimenti quel “ottimo lavoro!”, “la presentazione era ottima”,
“bravissima” che mi ha regalato prima, durante e dopo, mi hanno dato quella
consapevolezza di non essere proprio un’incapace. I feedback sempre positivi,
la felicità di non rimpiangere nulla. Io ci sono,
posso farcela, anche quando tutto sembra perduto. La mia tigna, la mia
volontà ferrea di non essere un peso e di non deludere nessuno, quella
propensione a non essere da meno e di non fregarmene del gruppo e di non stare
con le mani in mano mi aiuteranno sempre, spero.
Anche se sono sempre
bersagliata dai dubbi, dalla facoltà di mettere in discussione tutto,
soprattutto me stessa e i miei risultati, quelli che dovrebbero fare la
differenza.
sabato 4 giugno 2016
Waiting for… like a fool
Se già ci apparteniamo poi dopo che succede
vorrei scavarti l'anima raccontarti che si vede
non voglio dalla vita una storia qualunque...
È il brivido che fa la
differenza, quell’attimo sospeso di desiderio di quando si sta per muovere un
passo verso il cedimento e la paura rarefatta che ti attanaglia le viscere. Sono
giorni di attesa questi, vincolati alla paturnia di una scostanza ignobile. Quando
ci rivedremo, quando ti rivedrò di nuovo, quando ti fisserò negli occhi che
cosa ti dirò? Avrò il coraggio di confessarti quello che mi passa per la
testa, che la voglia di accompagnarmi a te è forte, che vorrei abbattere la
barriera della mia timidezza e delle mie insicurezze croniche per raggiungerti
dall’altra parte del muro di vetro che mi blocca i passi e i battiti? Perché ho
paura come sempre di affrontare la realtà. È più facile nascondermi dietro i
pensieri stagnanti. E cosa che più mi sconvolge è il fatto che millanto di
essere una di quelle ragazze aperte, che non si ritroverà mai persa in una
situazione stagnante, che piuttosto si lancia. E poi invece mi ritrovo a
fissare il telefono aspettando una prima mossa che probabilmente non arriverà. Perché
d’altronde non stiamo entrambi
aspettando un incoraggiamento dall’altro? Non mi sono trincerata anche io in un
flirting che non porta da nessuna parte? I nostri battibecchi in fondo non
servono a nascondere l’imbarazzo? E quindi resto ancora qui, ferma, in
attesa. Come una sciocca.
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venerdì 27 maggio 2016
Certe sere piovigginose penso troppo
Sto pensando a quanto sia cambiata la mia vita nell’arco di pochi mesi, di
come inevitabilmente mi sia dovuta adattare alla nuova situazione senza colpo
ferire, perché in fondo la vita è così, una girandola di eventi da gestire come
ti arrivano addosso. Eppure è tutto così sospeso. Fare piani a lungo termine è
impossibile, è come cercare di trattenere l’acqua tra le mani per berla, alla
bocca arriva giusto una goccia di tutta quella che vorresti tracannare.
Alti e bassi, gesti che si ripercuotono e altri che sfuggono e io mi
ritrovo in mezzo, sospinta in più direzioni, a cercare di tirare le fila in
mezzo ai lupi, che ululano maligni e incandescenti, spietati e certi, in mezzo
ai flutti della tempesta. Da un lato la vita lavorativa è ricca e piena, dall’altro
la solitudine mi attanaglia il cuore, spaventandomi con i suoi artigli affilati.
Fa paura questa attesa incresciosa, è pericolosa per la mia salute mentale
questo essere sempre a metà tra un posto ed un altro. Come fai ad accettare un
cammino segnato dall’incertezza? Ti adatti, ci si abitua. Ci si abitua a tutto,
anche al dolore sordo che batte contro le costole tutto il giorno.
La vita è questo una continua tensione verso il meglio che si spegne a
contatto con il freddo gelido della realtà che schiaffeggia. Eppure sono in una
città bella e ricca di arte e storia, mi sono allontanata dalle mie adorate
colline tiepide nella campagna marchigiana, cristallizzate dalla mentalità
della piccola gente, incantevoli nella loro maestosità dismessa. Fremo con la
mia attività di consulente in cui sono stata catapultata. Eppure non sono
tranquilla, le lacrime punzecchiano. E si tende, tende, tende, tende per non
precipitare.
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giovedì 14 aprile 2016
Elegia a mia nonna
Lunedì sera stavo
tranquillamente aggiornando il blog, togliendo cose inutili e anzi stavo per
chiudere tutto che il giorno dopo dovevo svegliarmi presto per andare a lavoro.
Mi è arrivato un messaggio che non ho letto subito perché pensavo fosse una mia
amica con cui stavo chattando e poteva aspettare qualche minuto. E invece no. Era
quella notizia che in fondo mi aspettavo da un po’ ma non avrei mai voluto
ricevere, perché sai speriamo sempre che le persone che amiamo restino con noi
in eterno, crediamo che siano immortali, immuni al tempo che passa, alla
stanchezza, alla vecchiaia, al dolore. Ci svegliamo ogni mattina con la convinzione
che troveremo quelle stesse persone sempre al nostro fianco, quelle persone che
sono la nostra famiglia e ci hanno amato e protetto da sempre. Eppure purtroppo
non è così, se ne vanno, fin troppo presto. Scivolano via per lasciarci con l’amaro
in bocca a domandarci perché. Eppure la morte, perché è questo che ci ha colpiti, eppure la morte è una cosa
naturale, che investe la nostra esistenza quotidianamente. Ma non vogliamo
credere che colpisca proprio noi.
E seppure ora ho la
consapevolezza che la nostra adorata nonna abbia smesso di soffrire, e sia da
qualche parte libera, pure accettarlo è difficile. Me la immagino in un
giardino a raccogliere le arance, a mangiare prugne e albicocche. Ed è questo
che voglio fare, mantenere tutti quei
ricordi felici che abbiamo costruito insieme, quei ricordi che sono nei nostri
cuori, quei ricordi che indissolubili serberemo per sempre.
E penso a tutti i
meravigliosi insegnamenti che ci ha lasciato, che donna forte e straordinaria
sia stata la nonna, che persona caparbia, intelligente, gentile. E penso a come
tutto assuma tinte diverse a ragion veduta, ma che in fondo ognuno di noi, ogni
donna della nostra famiglia abbia preso esempio da lei, da una donna che ha
vissuto a lungo senza smettere di conservare il suo affetto per noi. E anche se
non ho vissuto con lei la quotidianità della vicinanza, perché a centinaia di
chilometri di distanza, pure ogni volta ci ha regalato tempo e sorrisi, il suo
entusiasmo per ogni nostro successo, il suo sostegno per le lunghe fasi di
stallo. “Le cose si aggiustano” e si sono aggiustate davvero.
Sono grata per ogni
festa insieme, per quei pranzi che io e mia sorella ci sognavamo con le
pallottole, le cotolette, la parmigiana “che come le fa la nonna Edda nessuno”.
Sono grata per il tempo che ci è stato concesso in quella condivisione limitata
nel tempo, forse, ma forte nell’affetto. E restiamo noi a conservare memoria dei
momenti trascorsi insieme, restiamo noi ad assaporare battute e smorfie, detti e fatti raccontati
con la voglia di sentirla sempre vicina. Restiamo noi a non perdere nei cuori
una mamma, una nonna, una sorella, una donna che non hai mai smesso di soffrire
ma neanche di sostenerci, nei momenti belli e in quelli meno belli.
E ogni volta che avrò
le mani fredde penserò alle sue, ogni volta che mangerò una cotoletta di
mozzarella non sarà mai come la sua, ogni volta che mi capiterà di fare un
cruciverba penserò a lei, ogni volta che vedrò un torroncino Strega penserò a
lei, ogni volta che chiuderò gli occhi non smetterò mai di ricordare il suo
esempio.
Dopotutto per le menti ben organizzate
la morte
non è altro che la prossima grande
avventura.
Harry Potter e la Pietra Filosofale
J.K. Rowling
sabato 9 aprile 2016
I cannot live in fear
L’altra sera stavo
messaggiando con a friend of mine e mi ha chiesto “Che fai stasera?” e io gli
ho risposto “Sono a casa, mi guardo un film, che sono a Firenze, non mi sembra
saggio uscire da sola, la sera”. Poi leggo un
post di Mirya sulla sua pagina facebook e mi rendo
conto che non possiamo vivere nella paura di fare le cose, non possiamo
crogiolarci nell’angoscia di uscire di casa e non poter fare quello che ci
piace, quello che amiamo perché temiamo che possa succederci qualcosa di
brutto. È assurdo che io perché donna, perché “sesso debole”, perché il mio no
non viene considerato come tale debba essere costretta a rinchiudermi in casa,
a nascondermi da una città che vorrei scoprire e vivere. E bisogna sempre essere
prudenti, pensare a quello che si dice e come lo si dice, perché si, insomma,
la gente potrebbe pensar male. Ed è inconcepibile che ancora non ci sia l’educazione
a un rispetto che svincoli dai pregiudizi, che sia edulcorato dalla improbabile
forma mentis di generazioni su generazioni di maschilismo estremo. E mi
addolora sapere che sono le donne le prime nemiche di loro stesse, che sono
loro a subire le conseguenze di comportamenti meschini e intransigenti, che
debbano chinare la testa e perdersi in strade inesplorate, col rischio di
essere fagocitate. Dobbiamo avere cura di noi stesse, avere il coraggio di non
subire passivamente, di far rendere conto a chi ci circonda che siamo libere di
agire come vogliamo, alla ricerca di una realizzazione personale che esula da
qualsiasi costrizione.
Non possiamo vivere nella paura.
Le ragazze fanno grandi sogni
forse peccano di ingenuità
ma l’audacia le riscatta sempre
non le fa crollare mai.
sabato 2 aprile 2016
Passeggiata a Ponte Vecchio
Fiumi di sconosciute parole,
gerghi che risuonano guardinghi
strette di mano
profumo di incertezza
ceramica e oro
arti stanchi
passi che si portano in quella città che niente nasconde
giovedì 31 marzo 2016
Attimi che si sommano, attimi che si sottraggono
Gli effetti invisibili che non riesco a comprendere sono
quella somma di azioni volontarie o involontarie che mi hanno portato fino a
qui. Un percorso tutto in salita, con traguardi faticosamente raggiunti vetta
dopo vetta, con quegli scarponi che lasciano vesciche, il bastone a cui
sorreggerti che piaga le mani, la convoluzione di sofferenza e sacrificio che
non smette mai di pungolare. Attimi, che si sommano, che si sottraggono che si
catapultano nell’imperfezione di incongruenze esplicite.
Da piccola sognavo di fare l’archeologa (ero super
fissata con gli Antichi Egizi), l’astronoma (per uno dei miei compleanni, mi
pare in seconda media, mi sono fatta regalare un telescopio, ce l’ho ancora
inscatolato nel mio armadio e ogni tanto vorrei aprirlo, ma non ho spazio, e
ora sono lontana da casa), la biologa marina (mi ero fissata con i delfini in
maniera mooolto preoccupante) e per finire la critica letteraria (che i libri mi sono sempre stati accanto in ogni momento
della mia vita). Eppure al
momento fatidico della scelta universitaria, al colmo della confusione, divisa
tra una fisica pura (e poi che diamine ci fai nella vita?) e una scienze del
turismo dettata anche dal mio impegno con il comune del mio paese, me ne sono
uscita con Ingegneria Biomedica. Avevo visto un servizio al tg su un occhio bionico impiantato con successo(che scopro oramai impiantato anche all’ospedale di Carreggi qui a Firenze, poi dici i casi della vita) e mi ero talmente gasata
che mi sono detta “no voglio fare anche io cose del genere... come posso
fare?”. Poi visto che c’era alla Politecnica delle Marche, è stato un attimo
decidere, che si, quello sarebbe stato il mio destino.
Non avrei mai, mai, mai immaginato che sarebbe stato così
difficile, mai avrei immaginato prima di iniziare le difficoltà a cui sono
andata incontro, che ho dovuto superare, i rospi da ingoiare, l’ambiente,
ancora di un maschilismo dirompente, popolato da uomini, con cui rivaleggiare,
a cui dimostrare che si, hai le loro stesse capacità, se non di più. Le nottate
di studio, i progetti, gli esami, le lezioni, l’essere pendolare, le amicizie,
i gruppi di studio. Ricordi indelebili, ma che pesano.
E poi... e poi alla fine
eccomi a fare la consulente informatica, che non c’entra niente con
l’ingegneria biomedica. Che si ci sguazzavo tra le protesi e avrei pure voluto
continuare a lavorarci (continuare magari anche con la mia tesi, che avere una
protesi di ginocchio per le mani, compresa la sua stampa 3D, averne progettato,
disegnato e studiato con la FEM) pure è finita diversamente. Sono cambiata
tanto in un anno e sono anche professionalmente cresciuta molto, ho acquisito
competenze che non mi sarei mai sognata.
E sono qui, a Firenze, ad occuparmi di database. Non si
sa mai dove si va a finire finché non ci si arriva.
lunedì 21 marzo 2016
Lotta intestina
Oggi è la giornata mondiale della poesia, salutando Alda Merini, io la festeggio con questa
Abiti strappati
atti inconsulti
grida rauche contro il cielo
sedicenti profumi intrappolati
ansiti convogliati da membra spente
mani intrecciate
braccia tremanti
spasmi inconsulti
brevi atti di clamore
ignara consapevolezza di beltà
progredire o arretrare
muoversi o abbandonarsi
lotta intestina di una notte.
domenica 20 marzo 2016
I am not alone
A volte mi prosciugo
nella sensazione di non esserci, di aver dimenticato davvero cosa significa
star soli, spersi in un posto in cui neanche posso essere davvero me stessa,
perché sono costretta a sottostare alle regole di un’altra persona, nella casa
di un’estranea in cui non posso neanche utilizzare il mio bagnoschiuma
preferito. E seppur so che è solo per un periodo, che devo stringere i denti,
beh non ce la faccio. La soffro questa solitudine cristallizzata in momenti di
inconsistenza, la soffro terribilmente. E ringrazio immensamente il telefono,
il cellulare che è il prolungamento della mia mano perché mi sta salvando in
momenti che davvero non avrei creduto.
E poi ho l’ansia a due
miliardi, passo da stati di esaltazione ad altri di ansia liquida ad altri di
paura, con il panico che mi coglie alle spalle e la sensazione di soffocare. Il
mio lavoro mi sta entusiasmando. Perché per fortuna il mio supervisor è una
bravissima persona che mi stimola a dare il meglio, con la spensieratezza e la
giocosità tipica dei fiorentini, e l’aria di chi non ti guarda passivamente
scivolare davanti ai suoi occhi. Ci metto il massimo, iniziando ad abituare la
mia mente ad essere una dipendente di una multinazionale americana che si
occupa di Post-Sales Services. Ed è qui che tutto si complica, che nonostante
tutto non sono pronta per diventare adulta, per assumermi le responsabilità che
un lavoro così serio comporta. Ho paura di toppare ad ogni cosa, e mantengo
sempre un atteggiamento non committante, soprattutto per quanto riguarda cose
che non so. E ripenso con una certa nostalgia ai tre mesi trascorsi ad Ariano
Irpino, a quel mondo che mi ha formato e mi ha anche in qualche modo protetto,
che in un certo senso mi ha spinta ad andare avanti. E sono qui, cercando di
fare del mio meglio anche quando mi reputo una mezza calzetta.
E poi ho letto il discorso a
TED di Reshma Saujani, CEO e fondatrice di Girls who code in cui parla
proprio della mancanza di coraggio e sicurezza che affligge le donne quando si
confrontano con un lavoro, come quello del programmatore informatico che ha
bisogno di inventiva, di tentativi, di imperfezione e mi sono ritrovata a
pensare di quanto io stessa mi freni nei confronti di una situazione che
dovrebbe essere semplice.
“Programmare è un continuo processo fatto di prove ed errori, di
tentativi di inserire la giusta linea di codice al giusto posto, dove spesso
una parentesi in più o in meno segna la differenza tra successo e fallimento.
Il codice si rompe e si sgretola, e spesso servono molti, moltissimi tentativi
prima che arrivi il momento magico in cui ciò che stavi cercando di fare prende
vita. Programmare richiede perseveranza. Richiede imperfezione.”
Ed è vero che siamo noi
stesse a bloccarci, che non ci trinceriamo dietro l’incapacità di rischiare
perché la paura del fallimento vince su tutto, si impossessa della nostra
psiche paralizzandoci, evitando di buttarci nella mischia e finiamo così per perdere
il treno che ci passa davanti. Sto cercando di buttarmi alle spalle i dubbi e
le incertezze, ma è così maledettamente difficile superare la paura di fallire.
Spero di farcela, di
non arrendermi, di superare le mie insicurezze croniche, perché realizzarmi
professionalmente è ciò a cui aspiro di più.
Good coding.
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martedì 8 marzo 2016
I am no man... buona festa della donna a me
Pensavo che non ci sarebbe stato posto per me o che comunque sarei rimasta a fissare il vetro fuori dalla stanza in cui mi trovo senza un vero scopo, con addosso la disarmante consapevolezza di non essere buona a nulla, che in qualche modo la mia presenza sarebbe stata solo ingombrante, una di quelle di cui liberarsi il più presto possibile. Sono arrivata e sono già stata risucchiata nel lavoro. Sono arrivata da un giorno e già ho presentato qualcosa di utile, sono qui da due giorni e già ho dato il mio contributo. E per un'insicura cronica come me, che si lascia abbattere da qualsiasi dubbio esistenziale sentirsi dire "che non possono portarti via, che ci servi" è qualcosa di talmente tanto importante, di talmente tanto impossibile che proprio non riesco a capacitarmene. No perché davvero io? Ma siete sicuri? No perché mi sa che avete ricevuto qualche colpo in testa.
Ed oggi, in una giornata tale, in cui sono stata anche lodata con il capo del mio capo (il pezzone grosso con cui ho fatto il colloquio) non posso che gioirne. Che magari è solo per oggi, magari già domani farò qualche cavolata, ma per oggi me lo strappa un sorriso, giusto per oggi un pochino soddisfatta di me lo posso essere. E forse è solo oggi, ma forse lo sarà anche in futuro. Spero solo di essere all'altezza. Spero solo di non fare cazzate. Spero solo di non farmi mangiare dai dubbi.
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domenica 6 marzo 2016
Ansia... il mio secondo nome
It is the unknown we fear when we look upon death and darkness, nothing
more.
Harry Potter and the Half-Blood Prince – J.K. Rowling
Sto imparando a vivere
alla giornata, senza darmi troppa pena di quello che succederà. La vita è così
complicata, piena di alti e bassi, troppe incertezze e bisogna avere il
coraggio di non mollare, di essere lì sempre anche quando ci sembra inevitabile
cadere, anche quando lasciar perdere tutto sembra l’unica mossa possibile. Mi
sento come in una partita a scacchi, in stallo, senza la vera consapevolezza di
dove andare, come salvarmi, come raggiungere una certa tranquillità interiore
senza impazzire. Perché le cose sono cambiate di nuovo. Dopo una brevissima
parentesi torinese, segnando il record di permanenza più breve in un progetto,
sono a Firenze. Sono qui nella ridente Toscana, anche se sono stata accolta da
una pioggia battente e l’Arno che ulula fuori della mia finestra. Sono qui in
un’ennesima stanzetta, con il freddo che mi penetra nelle ossa e la sensazione
di non essere all’altezza. Domani, domani inizio per l’ennesima volta in un
nuovo ufficio, con gente sconosciuta, da sola, irreparabilmente sola, con la
consapevolezza che no, sono un impostore, perché diamine mi hanno assunta? Ho l’ansia
a duemila, non so cosa aspettarmi e aspetto di non svenire, di non perdermi. Sono
terrorizzata all’idea di non essere in grado di farcela, di perdermi nei
meandri di una situazione che non mi appartiene. Ho paura, sempre. E ho l’ansia
che mi sta fagocitando le viscere. E anche se da un lato sono contenta di
iniziare questa nuova esperienza, dall’altro non so davvero come farò a uscirne
viva. Perché è complicato e per la prima volta dopo tanto tempo stare da sola e
ricominciare da capo mi rende instabile.
Prima o poi ce la farò
a smettere di scrivere post depressi. Forse.
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