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giovedì 11 aprile 2019

Come stai?

Non importa se ho pianto e sofferto 
questa vita fa tutto da se


“Come stai?” ultimamente è la domanda che mi fa più paura, perché non so come rispondere. Obiettivamente non mi posso lamentare: ho un tetto sulla testa, uno stipendio che mi garantisce la possibilità di vivere bene e di togliermi alcuni degli sfizi che mi passano per la testa (in realtà potrei anche togliermene altri, ma per come sono stata educata tendo al risparmio) non ho particolari malattie debilitanti, ho una famiglia che mi ama molto e che mi sostiene sempre e un mucchio di amici che fanno sempre il tifo per me. Apparentemente sembra tutto molto bello, la realtà dei fatti è che ho un macigno di tristezza che mi spinge in un baratro di oscurità che non fa altro che distruggermi sempre di più. 
Il lavoro mi sta lentamente uccidendo, non capisco più se sono io o sono gli altri, ma la monotonia delle attività, la gestione di un cliente impossibile con cui lavoro da 3 anni, colleghi che in definitiva sembrano sempre poco interessati, manager che rifuggono le loro possibilità, mi fanno desiderare di andare via. Ho provato a chiedere di essere spostata, anche perché sopportare il “pazzo” è diventato quasi impossibile, mi consuma le energie, mi brucia la pazienza, mi dilania la quiete. E va bene la sicurezza, la stima, la fiducia, ma sono stufa marcia. Vorrei un’attività lavorativa che non dico mi renda felice, ma quanto meno mi soddisfi, che mi faccia tornare a casa con la voglia di fare altro, non di mettermi a letto a piangere, che non mi lasci tutta la notte insonne a fissare il soffitto. La salute mentale in definitiva conta di più di tutto, la tranquillità emotiva conta più dei soldi, della carriera. 
Perciò alla domanda “Come stai?” rispondo con un laconico “Bene” o uno sbrigativo “Potrebbe andare meglio” o se sono particolarmente sincera “Una merda”… sono arrivata al fare polemica quotidianamente e io in genere non sono una persona polemica. Tendo a non lamentarmi, a non lasciarmi segnare dalle difficoltà. Generalmente prendo le mie risorse e le utilizzo per combattere. A questo giro la pazienza è finita e resto miseramente a pezzi a dibattermi tra slanci e tentativi. Oramai è solo un’attesa all’opportunità migliore. Oramai è solo il tentativo di sopravvivere a una situazione di stallo, che spero prima o poi finirà. 





giovedì 5 gennaio 2017

Anxiety is a state of mind

Mi ritrovo a lavoro, senza utenza e con la necessità impellente di fare l’Appraisal, una auto-valutazione, dove in pratica devo fare un bilancio di ciò che ho raggiunto, di ciò che ho realizzato nello scorso anno a lavoro. E con la tabella davanti da riempire mi trovo in difficoltà, con l’incapacità di fare un’autocritica decente di quello che ho ottenuto e di quello che ho fatto. Mi rendo conto di non essere cosciente di me, dei miei punti forza, perché ehi io ho solo fatto il mio dovere, senza pormi domande o senza essere decentemente in regola con me stessa. Mi rendo conto di essere il mio peggior detrattore, in uno spirito di sconfitta che non riesco a quantificare. Io non so davvero che cosa pensare di me, delle mie capacità di riuscita in un ambito che è tanto instabile quanto incoerente. Ho raggiunto gli obiettivi? Ho chiesto a uno dei miei colleghi cosa ne pensasse di me, e mi ha dato una descrizione che mi ha lasciato allibita! Cioè lui mi vede davvero come una “ragazza sveglia, intelligente, flessibile, che si adatta facilmente, propositiva, disponibile, che non si tira indietro di fronte al lavoro e che resta fino a tardi senza darsi pena". Ma per me è normale, questo significa semplicemente fare il mio lavoro, impegnarmi per raggiungere un risultato, perché ehi chi sono io per non rimboccarmi le maniche? Oggi ho inviato il file al mio manager e attendo con ansia il risultato anche della sua valutazione. Come sempre sono un pendolo che oscilla da uno stato di ansia ad uno di paranoia, senza alcuna pietà.




lunedì 12 dicembre 2016

D’un tratto in un sentiero instabile

Un anno fa avevo superato il colloquio, che ancora non lo sapevo, ma mi avrebbe cambiato la vita. Ricordo il viaggio di ritorno da Roma verso l’Irpinia, con le lacrime agli occhi, perché ero fermamente convinta che quel colloquio fosse andato uno schifo. A me non avevano fatto nessuna delle domande scabrose che avevano fatto agli altri. Il mio colloquio era andato liscio… fin troppo. “No a me quello non l’ha chiesto”, “No non mi ha fatto parlare in inglese”. E non so se sia stata la mia sparata iniziale “No ho scelto ingegneria biomedica perché in televisione avevo visto un servizio sull’occhio bionico e oddio lo volevo progettare anche io” o le risposte giuste a domande innocue, o l’intervento sulla cookie policy, ma quel colloquio, al contrario di qualsiasi previsione è andato bene. 
E ora sono a Torino, a imprecare in tutte le lingue del mondo contro excel, che filiamo e disfiamo come la tela di Penelope, con quel modello che viene incrementato a colpi di martello, con la precisione di un fabbro. E sono stanca, inizio ad esserlo dopo aver corso come una matta per tutto l’autunno, con la voglia a mille, felice di contribuire a quel pezzo di banca, entusiasta e attiva. Eppure mi sento inutile, sento che nonostante tutto non sia servito a niente. I problemi si moltiplicano, gli orari si allungano, le responsabilità aumentano esponenzialmente. E sono esausta, e stressata e salto su con niente, vado nel panico solo perché mi sono tagliata un dito ieri sera. Ero da sola e ho iniziato a pensare al peggio, senza possibilità di salvarmi. Mi sono calmata dopo un secolo, a forza di ripetermi che sarebbe andato tutto bene. Ed è questo a fregarmi, la paura irragionevole di non farcela, di fallire. Sono sempre sul chi vive per chi mi trova in difetto, per mie mancanze vere o presunte, in una irrazionale spirale che mi conduce alla follia. Come sempre, come sempre non so come uscirne. Anche se sono fondamentalmente serena, con un equilibrio che non avrei mai immaginato di costruirmi qui a Torino. Eppure finisco a percorrere sempre gli stessi sentieri instabili di paura e dubbio, e non so come uscirne. 





giovedì 6 ottobre 2016

Nel mezzo di Torino

Torino è una città meravigliosa, che mi ha conquistato fin dal primo momento in cui ho iniziato a camminare per le sue strade perpendicolari, i suoi viali lunghissimi, il nucleo centrale che si irradia verso l’esterno e le stazioni e si propaga fino al Lingotto e oltre, con quella pianura così diversa dalle mie amate colline. Dal grattacielo dove lavoro, si uno dei pochi che ci sono, accanto alla stazione di Porta Susa, sembra quasi di toccare quelle Alpi che cingono da est il capoluogo piemontese. C’è tanta aria frizzante, quel freddo che ti penetra dentro, quell’atmosfera da città europea che tanto si discosta dalla fissità dei Borghi medievali di provincia a cui sono abituata. Torino respira un multiculturalismo che si nutre anche di cibo, non solo il gianduiotto e la bagna cauda, ma la carne, quella Fassona che sembra fiorire ad ogni ristorante, i plin, gli agnolotti, il gelato e il bonet (che se vi piacciono i dolci liquorosi è un must have).
Mi sono innamorata di Torino, con quelle atmosfere da fin de siecle, le strade affollate, lo struscio lungo via Garibaldi della domenica pomeriggio, gli artisti di strada in piazza Castello, i negozi di lusso di via Roma e via Lagrange, quelle librerie meravigliose che ti sbucano da un angolo e le gelaterie. Poi adoro il mio quartiere e il mio monolocale, piccolo, funzionale, e incredibilmente comodo.
È il lavoro che mi sfinisce, che mi ruba tutte le energie e le ore di veglia, è il lavoro che risucchia ogni centimetro di vitalità che mi pervade. E non è per lamentarmi, io sono molto serena e soddisfatta. Il mio capo mi ha detto che ho raggiunto il mio primo obiettivo, il nostro commerciale ha avanzato l’ipotesi che mi merito una promozione, e mi ha anche detto che il nostro amministratore delegato sa chi sono. Il cliente si fida di me e del mio lavoro, tanto da coinvolgermi nelle decisioni, nelle riunioni, nei pranzi, nelle confidenze. Il team, eterogeneo e ricco, è estremamente divertente, anche se venato di un maschilismo irritante, è comunque formato da bravi ragazzi, con cui è facile lavorare. L’atmosfera è allegra e vivace, e mi sono già inserita nelle dinamiche, nelle prese in giro, nelle battute, nelle risate. Oggi sono andata a pranzo con soli interni, eppure mi fanno sentire così a mio agio, che non si sentono le divisioni da “ehi sei una consulente, addio, scompari, non posso parlare con te. Eppure la pesantezza degli orari sempre più tardi inizia a farsi sentire. Eh si che è con i progetti così sfidanti che si impara di più, è con questi progetti allucinanti che ci si forma nel mondo della consulenza. Eppure, a volte, vorrei solo avere più tempo da dedicare al blog.



domenica 21 agosto 2016

Dall’Appennino alle Alpi

“Sempre caro mi fu quell’ermo colle”

A volte sento una nostalgia perniciosa e inarrestabile, che calpesta le certezze tanto faticosamente raccolte. A volte mi ritrovo a fissare il paesaggio fuori dalla finestra e ad acquisire la consapevolezza che non lo ritroverò tanto presto, che mi trasferirò e che sarò lontana chilometri e chilometri. Se da un lato mi entusiasma finalmente andare a vivere da sola, senza i miei genitori, senza zie e senza inquilini, perché ho trovato un carinissimo monolocale da affittare, dall’altro mi mancherà ancora di più la mia terra, quelle calde colline tiepide e verdi, quei colori tipici del maceratese, quel borgo tanto odiato e tanto amato.
Eppure cerco di non pensare alla finalità di un viaggio dall’altro lato dell’Italia, cerco di non pensare al nuovo addio e all’impossibilità di scappate più frequenti come quando ero a Firenze. Firenze con quel mantello di struggenti riecheggi rinascimentali, vorticosi e ignari, quella “c” aspirata che non ho mai accettato del tutto e la stazione di Santa Maria Novella davvero capace di portarti dappertutto. Come al solito sono in preda all’ansia perché non so di preciso come andranno le cose. Tornare a Torino sarà come gettarsi nel vuoto, intraprendere una carriera di cui non so nulla mi lascia interdetta e ansiosa, spero davvero di prendere le decisioni giuste, di essere capace di fare tutto nel modo migliore, di essere davvero all’altezza della situazione. Ho paura, davvero, ma spero di sopravvivere come ho fatto fino ad ora.



martedì 16 agosto 2016

Becoming an adult is like jump in the void

Mi trovo nella mia camera da letto, quella dove sono cresciuta, a fissare il paesaggio collinare che si estende fuori dalla mia finestra. Il sole brilla sui campi dalla terra smossa, quelli con i girasoli secchi pronti per essere spazzati via per recuperare i semi e il verde degli alberi. L’estate è sempre stato il mio momento prediletto. Amo guardare il verde che si estende a perdita d’occhio, crogiolarmi al sole, sciogliermi nell’afa. Passare le ferie nella mia regione al sapore di una incongruenza infinita, anche quando tutto sembra perdersi nello scirocco. Se penso all’anno scorso, a come mi dibattevo alla ricerca di un’occupazione che stentavo a raccattare, mi viene quasi da ridere e vorrei tornare da quella neolaureata scoraggiata e dirle che si, saremmo sopravvissute, si ce l’abbiamo fatta non solo a vegetare ma a trovare un’occupazione entusiasmante e remunerativa. Non lo avrei mai creduto, eppure sono qui, a godermi le ferie. Eh le ferie, dopo sei mesi di corsa, studio, apprendimento, rischi, esperienze. Dopo aver vissuto a Firenze e ora a Torino.
È strano come improvvisamente inizi a pensare di essere adulta, di non essere più una ragazzina che alla minima difficoltà va dai genitori. O meglio che non vive più con la propria famiglia e che non si può più disinteressare di qualsiasi aspetto legato alla casa, alle tasse, alla vita. Una settimana fa ho firmato il mio primo contratto serio, un contratto a tempo indeterminato con una società di consulenza americana, ho accettato di trasferirmi a Torino e sto seguendo un progetto entusiasmante anche se pieno di pericoli. E sono così impaziente di compiere le mie scelte, di crescere, di entusiasmarmi anche se purtroppo aumentano in maniera esponenziale le responsabilità. Nessuno mi tratta più come la stagista della situazione, sono la Data Owner del nostro team, tengo le fila dei file, condivido le opinioni e le riunioni, intrattengo rapporti con il cliente offrendo il mio punto di vista e le mie competenze anche quando non sono esperta in niente. Il mio manager valuta la mia opinione, il mio collega l’altro giorno  mi ha detto che il nostro responsabile ha affermato che l’azienda vuole puntare su di me, facendomi crescere e dandomi competenze vere. Il che è davvero entusiasmante. Anche se spaventoso. Anche se completamente destabilizzante.
Per ora mi godo le ferie…

venerdì 22 luglio 2016

New town, new life

Torino ha il fascino antico di una città dalla pianta romana, così diversa dalla tipica pianta a cipolla dei borghi medievali che popolano le mie adorate colline. Torino è viva come lo può essere una città cosmopolita che cerca di adattarsi al momento storico che vive, con una folla di giovani, turisti e gente venuta all’avventura. I torinesi “falsi e cortesi”, dicono, eppure ancora non ne ho visto uno di torinese, stando chiusa incessantemente in uno dei palazzi storici del centro, a poche centinaia di metri da piazza Castello. Mercoledì sono uscita alle dieci dall’ufficio, con la consapevolezza che lavorare come consulente significa stare lì e battere sul ferro finché è caldo. Eppure come al solito mi trovo in un nuovo ambiente, completamente spaesata, a cercare di rimettere in fila i pezzi, senza competenze specifiche, senza le conoscenze bancarie che proprio non ho, perché ehi in fondo sono un ingegnere biomedico.
“Come sei arrivata qui?” “No comment” è stata la risposta di oggi al ragazzo che me lo ha chiesto. Come lo spieghi che trovare lavoro è difficilissimo e che per necessità finisci per accontentarti di qualsiasi cosa? Che poi alla fine non mi sono accontentata perché quello che faccio mi entusiasma anche se in questo momento sto un po’ arrancando. Ma è incredibile vedere come si gestisce una banca, come si mette su il motore che la fa funzionare, e sapere che stai contribuendo a farla andare avanti.
Eppure sono qui che combatto da quando sono arrivata con un cavolo di software che non vuole girare, con excel da riempire e io odio excel e la consapevolezza di essere l’unica donna in un team declinato tutto al maschile. L’altro giorno si andava avanti a suon di battutacce di un maschilismo che davvero ero basita, ma ho cercato di ignorare tutta la situazione, perché ehi sono l’ultima arrivata, e c’era il boss del cliente che ci paga e io davvero non potevo dire nulla. Un altro tipo se n'è uscito “Stavo discutendo con il responsabile delle filiere per inserire questo attributo, ma mi ha segato” “Perché non hai insistito?” gli hanno chiesto, “No era una donna, mi sono tirato indietro” come se una donna non fosse una persona con cui discutere e con cui raggiungere il compromesso più adeguato. Questi pregiudizi radicati in una mentalità gretta, in cui il tecnico è solo un uomo e una donna non può fare l’informatico perché non ne è in grado, deve finire. Ieri sono andata a consegnare gli excel finiti dal cliente sorridendo, e uno dei tipi mi ha detto "Se arrivi sorridendo così è si a prescindere", io ho continuato a sorridere, ho consegnato quello che dovevo e me ne sono andata.
Perciò non solo il progetto è un treno in corsa su cui devo saltare a bordo al volo perché non si ferma per me e con mille scadenze che io davvero non so come faremo a rispettare, considerando che abbiamo perso un botto di tempo stamattina per una riunione in cui abbiamo parlato di fluffa!, ma devo anche farmi forza, farmi il culo e dimostrare che sono capace quanto gli altri, che posso allinearmi e in frettta, perché in fondo io ce la posso fare, spero, anche in un mondo di uomini.



Torino, Piazza Castello 




venerdì 15 luglio 2016

Che lavoro fai?

- Studi?
- No, no, lavoro, mi sono laureata lo scorso anno.
- Ah bene... Che lavoro fai?
- Sono una consulente informatica.
- E di cosa ti occupi di preciso?
- Gestisco database, l'azienda per cui lavoro produce l'hardware e io aiuto i clienti a gestire il database all'interno del data warehouse aziendale con i nostri software specifici. Aiutiamo anche nella costruzione di un data warehouse ex-novo seguendo un nostro modello collaudato. Interrogo il database per avere informazioni utili secondo le richieste del cliente, opero per aumentare le performance, sviluppiamo applicazioni...
- Cosa?
- Lavoro con i computer per fare cose in un'azienda! 
- Ah bene, senti io ho questo problema... 


Souce

mercoledì 13 luglio 2016

Partire e tornare a mangiare bagna cauda

Quando ho iniziato questo percorso lo scorso novembre non avrei mai mai mai immaginato dove mi avrebbe portato. Quando sono arrivata ad Ariano Irpino con una candidatura inviata il giorno prima della scadenza del bando, una incredulità di fondo quando mi hanno chiamato di sabato per fare il colloquio la settimana successiva, il viaggio della speranza passando per Foggia e finendo in una stazione dimenticata da dio in fondo ad una valle, in Irpinia, di cui ignoravo l’esistenza. L’incontro con un palermitano e un ragazzo di Como con cui ho condiviso caffè, risate e pausa pranzo, nell’ansia di non sapere cosa fare della propria vita e tirocini a metà, e domande “ma tu ci vieni davvero qui ad Ariano se ti prendono?”. E quel colloquio in cui sono riuscita ad infilare i libri e Un uomo della Fallaci, con un’attesa infinita che sono stata la penultima che tanto io e l’altro ragazzo restavamo a dormire lì, che come ci torno a casa? E a momenti non ci tornavo neanche il giorno dopo, che per fortuna il tipo mi convinse ad andare con lui in autobus fino a Foggia (autobus che subì un guasto e si fermò a pochi chilometri da Ariano), che c’era stata l’alluvione nel beneventano e i treni non passavano. La certezza che quel colloquio fosse andato malissimo, con la prospettiva di altre ricerche al pc e invii di curriculum e depressione. La telefonata in un venerdì pomeriggio che si mi avevano  presa e “Oddio mamma devo andare ad Ariano!” e nessuno ci credeva, sembrava talmente impossibile, che io stentavo a realizzare. Una settimana frenetica di preparativi e il viaggio verso sud con l’ansia a palla e il ciclo. Eppure…  eppure sono sopravvissuta a tre mesi di scleri, progetti, consegne alle cinque della mattina, weekend ad Ariano con il palermitano, che avevano preso anche lui, e gli altri reclusi, a base di pranzi e cene cucinati da noi, e serate al Black Rose, pseudo studio e compiti di inglese. Freddo, neve, colloquio a Roma con l’ansia a due milioni con il capo dei capi della mia azienda preferita tra quelle che finanziavano il corso, e quella per cui hanno scelto di candidarmi, che quasi non ci credevo che ero tra loro. E ancora non stentavo a rendermi conto quando ci hanno convocato per dirci che ci avevano preso. Che si saremmo andati a fare il tirocinio lì. Ci avevano prospettato Roma, Milano, Torino e poi invece mi dissero “Ehi tu Annachiara vai a Firenze” che sembrava una figata assurda.  E prima vai a Milano, poi non vai più a Firenze ma a Torino. Quattro giorni a Torino e “ehi chiudiamo il progetto, saluti e baci” e vai a Firenze.
E qui a Firenze sono stata benissimo, il tirocinio più entusiasmante che potessi desiderare, con un supervisor che ci ha tenuto a insegnarmi il mestiere e a farmi volare da sola, tra prove al cardiopalma con il tasto invio premuto con il cuore in gola e presentazioni su argomenti che a momenti “sono l’esperta italiana” come ci teneva a sottolineare il mio supervisor. Quegli “ottimo lavoro” e “Bravissima” che mi risuonano ancora nel cervello nonostante tutto. Spiegare al cliente il funzionamento di una query già dal primo giorno a lavoro, che dopo tre settimane di lettura e spostamenti ero ancora praticamente digiuna di tutto, con tanta forza di volontà e la consapevolezza che niente è impossibile. E sembra passato un secolo e invece solo qualche mese, da quel piovoso (o nevoso) sabato di marzo in cui sono sbarcata nella patria di Dante.  E sono felice di come sono andate le cose anche se la solitudine mi ha inghiottito le ossa e mi ha fagocitato il temperamento. Credo che la mancanza di persone con cui vivere Firenze fuori dagli infratti del mio lavoro sia la cosa che più mi ha penalizzato e distrutto.
E ora… ora si apre un nuovo capitolo e torno a mangiare bagna cauda prima di quello che credevo. So Torino aspettami, di nuovo!




venerdì 1 luglio 2016

Fare come i castori

Sapevo che non sarei riuscita a cambiare le carte in tavola, perché in fondo è così che va, sono a fissare questo scorrere muto di fronte all’infinito e invece ho perso di nuovo, ho perso la motivazione che mi serviva per continuare a credere in questa cosa, questa scintilla che forse mi sono solo immaginata. Come a dire di aver perso di fronte ai frammenti sconnessi della mia immaginazione.
E allora devo trovare soddisfazione altrove, da altre parti, da altri contesti. Dal lavoro, pensando che la mia forza di volontà è davvero  una spinta potente. E dovrei davvero smetterla di dubitare delle  mie capacità, che non è vero che sono un fallimento totale, che non è vero che sono un’incapace. Eppure quel senso implacabile di orrore e sfiducia continua a colpirmi, continua a mietere vittime nella mia mente desolata. Sono io che perdo, eppure sono io che cedo le armi. E in realtà ho avuto l’ennesima dimostrazione che non faccio così schifo. Il mio supervisor in realtà me lo ripete dall’inizio di questo tirocinio, ma io continuo a dirmi che no, non è vero, eppure lui mi da una fiducia sconfinata, eppure lui è uno di quelli che crede in me. Ne è la prova l’ennesima presentazione davanti ai colleghi esperti della nostra azienda e i nostri capi. I complimenti quel “ottimo lavoro!”, “la presentazione era ottima”, “bravissima” che mi ha regalato prima, durante e dopo, mi hanno dato quella consapevolezza di non essere proprio un’incapace. I feedback sempre positivi, la felicità di non rimpiangere nulla. Io ci sono,  posso farcela, anche quando tutto sembra perduto. La mia tigna, la mia volontà ferrea di non essere un peso e di non deludere nessuno, quella propensione a non essere da meno e di non fregarmene del gruppo e di non stare con le mani in mano mi aiuteranno sempre, spero.
Anche se sono sempre bersagliata dai dubbi, dalla facoltà di mettere in discussione tutto, soprattutto me stessa e i miei risultati, quelli che dovrebbero fare la differenza.




giovedì 31 marzo 2016

Attimi che si sommano, attimi che si sottraggono

Gli effetti invisibili che non riesco a comprendere sono quella somma di azioni volontarie o involontarie che mi hanno portato fino a qui. Un percorso tutto in salita, con traguardi faticosamente raggiunti vetta dopo vetta, con quegli scarponi che lasciano vesciche, il bastone a cui sorreggerti che piaga le mani, la convoluzione di sofferenza e sacrificio che non smette mai di pungolare. Attimi, che si sommano, che si sottraggono che si catapultano nell’imperfezione di incongruenze esplicite.
Da piccola sognavo di fare l’archeologa (ero super fissata con gli Antichi Egizi), l’astronoma (per uno dei miei compleanni, mi pare in seconda media, mi sono fatta regalare un telescopio, ce l’ho ancora inscatolato nel mio armadio e ogni tanto vorrei aprirlo, ma non ho spazio, e ora sono lontana da casa), la biologa marina (mi ero fissata con i delfini in maniera mooolto preoccupante) e per finire la critica letteraria (che i libri mi sono sempre stati accanto in ogni momento della mia vita). Eppure al momento fatidico della scelta universitaria, al colmo della confusione, divisa tra una fisica pura (e poi che diamine ci fai nella vita?) e una scienze del turismo dettata anche dal mio impegno con il comune del mio paese, me ne sono uscita con Ingegneria Biomedica. Avevo visto un servizio al tg su un occhio bionico impiantato con successo(che scopro oramai impiantato anche all’ospedale di Carreggi qui a Firenze, poi dici i casi della vita) e mi ero talmente gasata che mi sono detta “no voglio fare anche io cose del genere... come posso fare?”. Poi visto che c’era alla Politecnica delle Marche, è stato un attimo decidere, che si, quello sarebbe stato il mio destino.
Non avrei mai, mai, mai immaginato che sarebbe stato così difficile, mai avrei immaginato prima di iniziare le difficoltà a cui sono andata incontro, che ho dovuto superare, i rospi da ingoiare, l’ambiente, ancora di un maschilismo dirompente, popolato da uomini, con cui rivaleggiare, a cui dimostrare che si, hai le loro stesse capacità, se non di più. Le nottate di studio, i progetti, gli esami, le lezioni, l’essere pendolare, le amicizie, i gruppi di studio. Ricordi indelebili, ma che pesano.  E poi... e poi alla fine eccomi a fare la consulente informatica, che non c’entra niente con l’ingegneria biomedica. Che si ci sguazzavo tra le protesi e avrei pure voluto continuare a lavorarci (continuare magari anche con la mia tesi, che avere una protesi di ginocchio per le mani, compresa la sua stampa 3D, averne progettato, disegnato e studiato con la FEM) pure è finita diversamente. Sono cambiata tanto in un anno e sono anche professionalmente cresciuta molto, ho acquisito competenze che non mi sarei mai sognata.
E sono qui, a Firenze, ad occuparmi di database. Non si sa mai dove si va a finire finché non ci si arriva. 




domenica 20 marzo 2016

I am not alone

A volte mi prosciugo nella sensazione di non esserci, di aver dimenticato davvero cosa significa star soli, spersi in un posto in cui neanche posso essere davvero me stessa, perché sono costretta a sottostare alle regole di un’altra persona, nella casa di un’estranea in cui non posso neanche utilizzare il mio bagnoschiuma preferito. E seppur so che è solo per un periodo, che devo stringere i denti, beh non ce la faccio. La soffro questa solitudine cristallizzata in momenti di inconsistenza, la soffro terribilmente. E ringrazio immensamente il telefono, il cellulare che è il prolungamento della mia mano perché mi sta salvando in momenti che davvero non avrei creduto.
E poi ho l’ansia a due miliardi, passo da stati di esaltazione ad altri di ansia liquida ad altri di paura, con il panico che mi coglie alle spalle e la sensazione di soffocare. Il mio lavoro mi sta entusiasmando. Perché per fortuna il mio supervisor è una bravissima persona che mi stimola a dare il meglio, con la spensieratezza e la giocosità tipica dei fiorentini, e l’aria di chi non ti guarda passivamente scivolare davanti ai suoi occhi. Ci metto il massimo, iniziando ad abituare la mia mente ad essere una dipendente di una multinazionale americana che si occupa di Post-Sales Services. Ed è qui che tutto si complica, che nonostante tutto non sono pronta per diventare adulta, per assumermi le responsabilità che un lavoro così serio comporta. Ho paura di toppare ad ogni cosa, e mantengo sempre un atteggiamento non committante, soprattutto per quanto riguarda cose che non so. E ripenso con una certa nostalgia ai tre mesi trascorsi ad Ariano Irpino, a quel mondo che mi ha formato e mi ha anche in qualche modo protetto, che in un certo senso mi ha spinta ad andare avanti. E sono qui, cercando di fare del mio meglio anche quando mi reputo una mezza calzetta.
E poi ho letto il discorso a TED di Reshma Saujani, CEO e fondatrice di Girls who code in cui parla proprio della mancanza di coraggio e sicurezza che affligge le donne quando si confrontano con un lavoro, come quello del programmatore informatico che ha bisogno di inventiva, di tentativi, di imperfezione e mi sono ritrovata a pensare di quanto io stessa mi freni nei confronti di una situazione che dovrebbe essere semplice.

“Programmare è un continuo processo fatto di prove ed errori, di tentativi di inserire la giusta linea di codice al giusto posto, dove spesso una parentesi in più o in meno segna la differenza tra successo e fallimento. Il codice si rompe e si sgretola, e spesso servono molti, moltissimi tentativi prima che arrivi il momento magico in cui ciò che stavi cercando di fare prende vita. Programmare richiede perseveranza. Richiede imperfezione.”

Ed è vero che siamo noi stesse a bloccarci, che non ci trinceriamo dietro l’incapacità di rischiare perché la paura del fallimento vince su tutto, si impossessa della nostra psiche paralizzandoci, evitando di buttarci nella mischia e finiamo così per perdere il treno che ci passa davanti. Sto cercando di buttarmi alle spalle i dubbi e le incertezze, ma è così maledettamente difficile superare la paura di fallire.
Spero di farcela, di non arrendermi, di superare le mie insicurezze croniche, perché realizzarmi professionalmente è ciò a cui aspiro di più.


Good coding.



martedì 8 marzo 2016

I am no man... buona festa della donna a me

Pensavo che non ci sarebbe stato posto per me o che comunque sarei rimasta a fissare il vetro fuori dalla stanza in cui mi trovo senza un vero scopo, con addosso la disarmante consapevolezza di non essere buona a nulla, che in qualche modo la mia presenza sarebbe stata solo ingombrante, una di quelle di cui liberarsi il più presto possibile. Sono arrivata e sono già stata risucchiata nel lavoro. Sono arrivata da un giorno e già ho presentato qualcosa di utile, sono qui da due giorni e già ho dato il mio contributo. E per un'insicura cronica come me, che si lascia abbattere da qualsiasi dubbio esistenziale sentirsi dire "che non possono portarti via, che ci servi" è qualcosa di talmente tanto importante, di talmente tanto impossibile che proprio non riesco a capacitarmene. No perché davvero io? Ma siete sicuri? No perché mi sa che avete ricevuto qualche colpo in testa. 
Ed oggi, in una giornata tale, in cui sono stata anche lodata con il capo del mio capo (il pezzone grosso con cui ho fatto il colloquio) non posso che gioirne. Che magari è solo per oggi, magari già domani farò qualche cavolata, ma per oggi me lo strappa un sorriso, giusto per oggi un pochino soddisfatta di me lo posso essere. E forse è solo oggi, ma forse lo sarà anche in futuro. Spero solo di essere all'altezza. Spero solo di non fare cazzate. Spero solo di non farmi mangiare dai dubbi. 



giovedì 25 febbraio 2016

Life sucks

Sono a Milano, in questa stanza dai contorni troppo grandi e troppo vuota in un seminterrato in una zona che mica l’ho capito se è tranquilla o no. La casa, un ricettacolo di personalità differenti, provenienze diverse e attitudini completamente agli antipodi, raccoglie vagabondi e pazzi che cercano un posto economico. E dire che l’ho trovata su Airbnb. Il mio mantra è “ci devo rimanere solo due settimane, e sono già quasi passate”. Ce la posso fare, o almeno continuo a ripetermelo, sono certa che prima o poi ci crederò anche io.
Milano, che ho visto solo attraversando la metro da est a ovest e da sud a ovest, è grigia come dicono, inquietante e pervasa dallo smog che ti stringe la gola, ti brucia i polmoni e non ti permette di respirare. Ed è vero che Milano è sempre associata al Duomo ma nelle mie piccole esplorazioni mi ha permesso di vedere anche altre cose. Per esempio il castello e il parco che lo circonda e quel misto di strade piene di negozi e i Navigli, quartieri residenziali e zone che sfiorano il degrado urbano. Milano piena di contraddizioni e quelle situazioni da fighetti, che è tutta da bere. Che una Corona 10 euro, perché avevano finito la Tennent’s (e col cavolo i cocktail fruttati che sono super zuccherosi) all’aperitivo solo qui eh!

Ma dov’è che dovevo andare? Ah si, Firenze, beh cancellato, lunedì ci hanno comunicato che a me e a un mio collega ci mandano a Torino per due mesi, che c’è un super progetto importante e servono risorse e non vi preoccupate che vi paghiamo tutto noi. Tra problemi che si risolvono (che mica l’avevo trovata casa a Firenze) e altri che arrivano, sembra tutto un movimento di forze positive e negative. Con l’influenza che ancora mi è rimasta attaccata addosso, e le notizie catastrofiche che non smettono di arrivarmi addosso, ho solo voglia di chiudermi in un guscio e non sentire più niente. E sono qui, lontana chilometri e anche se vorrei partire e raggiungere la mia famiglia che si sta raccogliendo tutta intorno a mia nonna, sono qui in questa Milano grigia e solitaria. Anche se vorrei prendere il treno, mia Madre mi ha detto di aspettare, di non farlo, di non muovermi, di guarire, di aspettare. E so già che arriverò troppo tardi, che avrò perso l’occasione per salutare mia nonna, che quando mi dirà qualcosa sarà troppo, incredibilmente tardi. Queste cazzo di situazioni in bilico, con una scarpa in una valigia buttata ai piedi del letto e la sensazione di perdere tempo, di non vedere la fine, di non esserci. E mentre aspetto una lavatrice che concluda il suo ciclo di lavaggio, con la testa pesante e la tosse che riecheggia mi rendo conto che la vita fa schifo, sempre di più. 



venerdì 5 febbraio 2016

AAA Cercasi casa a…

Pensavo che sarebbe stato tutto incredibilmente facile e invece sembra esserci un imprevisto ad ogni piè sospinto. Quando mi hanno detto “Si ok, sei dentro, ti prendiamo” immaginavo che tutto si sarebbe incastrato a meraviglia, con la certezza che poi si yeah vado a Firenze, Firenze è figa, mi troverò bene. E invece no, no cavolo, devo andare due settimane a Milano e trovare un appoggio è quanto di più complicato ci sia. Ma insomma, insomma, sta per iniziare una nuova avventura. Finalmente sarò una donna *coffcoff* in carriera *coffcoff*. Eppure non sono serena, anche se la realizzazione professionale, ben lontana e dal mio corso di studi, e dalle mie inclinazioni originali, sembra sempre più vicina, pure vivo costellata da mille dubbi amletici, dalla consapevolezza che no, no, non sarò all’altezza. E questa è la mia condizione quotidiana, perché i dubbi non riesco a decapitarli, restano lì. Una coda di lucertola che sembra vivere di vita propria e continua a perseguitarmi.



Sono a casa da qualche giorno e già mi manca la mia indipendenza, la routine che avevo creato ad Ariano, quel misto di fatica e costernazione che dilagava e si contorceva. Quel miscuglio di noia per la neve, entusiasmo per ogni iniziativa, sottolineato costantemente da “Righe”, cristallizzato in una pessima esibizione a cappella di “Come deve andare” degli 883 e generata dall’inquietudini generazionali di altri trenta giovani come me.
Speriamo che vada tutto bene…




Tutto va come deve andare
O perlomeno così dicono
Tutto va come deve andare
O perlomeno me lo auguro


domenica 24 gennaio 2016

Sunday evening

E' domenica sera, i vetri della finestra appannati, con un gelo persistente che non se ne va. Dovrei fare gli ultimi compiti di inglese del corso, e invece sono qui a tergiversare, ad osservare lo schermo del computer che si riempie di parole, con un libro aperto davanti, perché senza libro non si vive, o almeno io non vivo e sto pensando che è quasi finita, che sto per iniziare una nuova avventura di cui non so nulla, che inizierà la vita vera lavorativa e che dovrò impegnarmi, che sto per partire di nuovo, che è fatta e in qualche modo mi sta venendo l’ansia. Dovrò iniziare una nuova routine e abbandonare i rapporti che ho costruito in tre mesi di convivenza forzata, di lavoro massacrante su progetti e esercitazioni. Tra compiti infiniti e abbigliamenti formali. E intanto ho l’ansia, di nuovo, perché ricominciare da capo è sempre difficile, ma questa volta ho una carica in più, anche se come sempre temo di non farcela, di deludere me stessa e chi mi ha dato fiducia, perché si anche io soffro della sindrome dell’impostore e spero di non mollare perché davvero mi nasconderei in un angolo con le mani tra i capelli a piangere.



domenica 25 ottobre 2015

Insicurezza cronica, instabile sicurezza


Sono una persona che rifugge tutto anche e soprattutto i complimenti, che non riesce ad essere obiettiva con sé stessa, che si perde nei meandri delle sue argomentazioni mentali che iniziano per lo più con  “Ma io non…”. Questo mi pone sempre in un atteggiamento dimesso e poco concorrenziale. Quando si tratta di “vendersi”, nell’accezione in cui bisogna mettersi in mostra, sottolineando i  punti di forza della propria personalità e delle proprie capacità, per me diventa una lenta agonia, un annaspare alla ricerca di un appiglio. Davvero sembro incapace di esaltare tratti di me senza cadere in comportamenti repulsivi e/o offensivi. Sono il classico esempio del predico bene e razzolo male, anzi malissimo. Quando si tratta di essere incisivi io devo essere spronata. Anche se in generale basta iniziare, trovare la giusta motivazione. Alla fine sono in ritardo, ma arrivo, faticando e sbuffando come un toro nella corrida, ma porto a casa qualcosa. Perché sono cocciuta e tignosa e se mi decido arrivo alla fine. Sono anche quella dell’ultimo secondo. Quella che si iscrive a qualcosa ad un giorno dalla chiusura dei bandi, che se non ha l’adrenalina a fior di pelle non mette il turbo, quella che vive l’attimo della consegna con l’ansia di non riuscire a finire. Sono un caso disperato. I migliori esami li ho sempre preparati a pochi giorni dalla data d’appello. Con lo stomaco sottosopra e l’idea fottutissima di non farcela. E nonostante ripensamenti e arresti, sono arrivata alla fine.
E tra un po’ inizio una nuova avventura. Ho la stanza sottosopra, valigie aperte ovunque e quella voglia di fuggire che mi gravita addosso. I miei non ci credevano neanche, mi hanno guardata come un’aliena sulla soglia di un viaggio intergalattico, perché in fondo io non sono nessuno e se non ci credono loro, chi deve crederci? Io, forse, con quel sentore di fallimento a pochi passi da me, quella congestione di paure e dubbi che non mi abbandona mai, quel profumo di sconfitta che mi si appiccica alla pelle, perché in fondo per un’insicura cronica come me diventa difficile il doppio lanciarsi senza paracadute. E se due anni fa mi dibattevo  nella consapevolezza di non riuscire ad ingranare in quei maledetti sei esami che mi mancavano, sempre a rigirarmi tra il malloppo di RF, e l’anno scorso  mi dibattevo nella depressione post-erasmus sfangando Micro e Nanoelettronica e gemendo con Compatibilità, quest’anno ho il beauty-case mezzo pieno con una lista di cose da portarmi e l’ansia di dover conoscere persone nuove, di nuovo, mettermi in gioco, sviluppare nuove competenze e magari finalmente uscire dall’apatia che mi circonda. 

Spero di avere ancora tempo per le mie passioni primarie, per quel passatempo che non è un gioco, ma l’ancora della mia sanità mentale in questi mesi, quel luogo virtuale che mi ha salvato in tanto tempo di inattività, che mother non capisce, neanche si sforza di afferrarne il peso e la portata e io ho smesso di cercare di spiegarmi. Perché tanto sono parole al vento. Io basto a me stessa. Io sono quella che sono. E se sono riuscita a infilare “Un uomo” della Fallaci in un colloquio di lavoro da ingegnere, con annessa discussione sul perché è uno dei miei libri preferiti, credo con una certa presunzione di poter fare qualsiasi cosa.