giovedì 23 marzo 2017

Drinking... maybe is the answer

Annuncio la dipartita con gioiosi trilli di campane
Nevica sulle colline di illuminata speranza 
Nega la coscienza che risuona senza sosta, 
Annegata nella irriverente risata di chi si perde nelle tortuose vicissitudini
Chiare risuonano le note del violoncello lasciato nell'ombra
Ha perso le schegge di intrepido valore 
Inerpica sul versante verdeggiante e sbiadito di parole tormentate
Acerbe come il frutto generato dall'odio di mille atti impuri
Ripugnante come le coltri abbandonate dopo gesti affrettati
Affranta dimentica anche le ultime tremule lacrime che solcano il patio.





venerdì 3 marzo 2017

Death and all our friends

Ti renderò la strada meno incerta
Ragguaglierò i cantastorie dei tuoi incontrastati inciampi
Misurerò l'incanto dei tuoi passi trascinati nella polvere
Supererò la meraviglia che mi imprigiona dietro le mura dell'infamia.



Certe notizie non vorresti mai sentirle, e sarà che marzo è sempre stato fautore di sconvolgimenti emotivi clamorosi ma proprio non riesco a sopportarlo. Marzo preclude la concreta possibilità di riscattarsi, anzi continua a svalangarmi addosso pessime notizie. Perché non pensi mai che sia possibile e poi, tutto ad un tratto devi fare i conti, di nuovo, con la perdita. E fa male, incredibilmente, ogni volta. E quando ti arrivano le disgrazie inizi a pensare a quanto sia breve la nostra esistenza, a quanto, inevitabilmente la fine possa arrivare all’improvviso, senza fanfare e annunci. E non te ne capaciti, resti incredibilmente attaccato alla possibilità che sia tutto uno scherzo. L’altra notte è venuto a mancare (che brutta espressione, incapace di coinvolgere, di descrivere appieno l’evento terribile che si abbatte su una famiglia, una comunità, un gruppo), un amico carissimo, uno di quelli con cui condividi tanto. Un pezzo del mio paese, una di quelle figure mitiche che non puoi dimenticare che rimane indissolubilmente attaccata a innumerevoli ricordi, tantissime estati, chiamate d’emergenza e aiuto incondizionata. Un uomo buono, l’incarnazione del sacrificio e del lavoro, l’immagine sempre riconoscibile di una fedeltà incrollabile. I gesti, che si ripetevano lenti, una professionalità straordinaria, un talento straordinario. La morte in fondo fa parte della vita, ma quando arriva così all’improvviso, ti distrugge, ti annienta, ti scaraventa nel panico. Eppure l’incedere lento del tempo sana, ogni ferita, anche quando ti stritola il cuore, e ti toglie pace e ti annienta il cuore. Perché nonostante faccia parte della vita, non si riesce mai ad accettarla. 




mercoledì 22 febbraio 2017

Frammenti cauterizzati

Ma i pezzi di me che ho seminato lungo la strada, qualcuno li ha raccolti? I frammenti cauterizzati qualcuno li ha recuperati? Dove è finito il clamore del mio cuore in frantumi? Io non ho più il senso di me, il senso dell’incredulità. Sono stanca, sfinita, incerta. Mi sembra di vivere in un tunnel in cui tutti i miei sforzi si spezzano sotto il peso delle responsabilità. Tutto è troppo ingigantito e ho perso in partenza la tranquillità di generalizzare i passi che mi conducono a spasso nella mia esistenza. Ho paura, e sono sfinita. È come un uragano arrivato a sconvolgere la mia tranquillità. 
Esistono cose che ti prendono il cuore e te lo strattonano fuori, con una forza sovrumana, come accade in quel telefilm strampalato che è Once upon a time, che distruggono anche la più remota possibilità di salvezza, perché tu sei solo una corda. Una corda senza nodi, lasciata ad oscillare nella corrente ansiosa della tempesta, di un tornado arrivato a disturbare la quiete limpida di una vita vissuta a metà. Ci sono così tanti vuoti a perdere che sembrano insormontabili, un dolore accecante, che martella e sembra quasi uccidere. Ho perso già in partenza chilometri di minuti, concessi, regalati e mai tornati indietro. E allora non resta altro che accumularne altri. 




lunedì 23 gennaio 2017

E poi tutto tace

E poi tutto tace
All’improvviso eccolo là
Il suo sorriso mi confonde
Le sue labbra cercano me

E poi tutto tace
E il suo sguardo su di me
Quegli occhi innamorati
Il buio che confonde

E poi tutto tace
E lui là con la sua voglia di me
E io lo guardo ma ho paura
Perché la notte se lo porta via

E poi tutto tace
Intona una canzone
Brilla l’ultima stella
Muore l’ultima cometa

E poi tutto tace
Quando lui scivola su di me
Urla il suo dolore
Chiede un’ ultima occasione

E poi tutto tace
Vorrei scappare ma lui è lì
Col cuore innamorato
Le mani giunte in grembo

E poi tutto tace
E io che faccio piango
Solo lui e le sue mani su di me
Brilla la scintilla e muore sui suoi occhi

E poi tutto tace
Il letto è vuoto
Io sono da sola
E lui è andato via

E poi tutto tace
E poi tutto tace
E poi tutto tace
E poi tutto tace

sabato 14 gennaio 2017

Sedici cose che mi ha insegnato il 2016

Ho letto una lista simile sul blog di “Chiara pensa troppo” e questa è una di quelle mattinata uggiose in cui tutto sembra spaventosamente difficile, anche mettere in pausa Rossana per lavare i piatti. È una di quelle serate in cui tutto sembra nero, nonostante la mia incapacità di essere di impatto. E le ragazze possono anche incoraggiarmi a credere in me stessa e a ballare, foss’anche con Dancing Queen degli Abba, ma resta comunque quella sensazione di sfiducia sedimentata nel mio inconscio. E allora compiliamola questa lista…

1) Posso vivere da sola, in un monolocale, con una serenità mai vista. Sapevo che avrei amato vivere da sola, da ragazzina lo sognavo continuamente, con la speranza che ce l’avrei fatta prima o poi. Ma non avrei mai immaginato che mi sarebbe piaciuto così tanto. Ci sono momenti in cui vivere da solo fa schifo, come quando stai male o quando ti tagli e non sai cosa fare, ma fondamentalmente vivere da solo è una ficata pazzesca, e lo amo.

2) Posso essere una professionista seria. Quando ho iniziato a lavorare, durante lo stage, non lo avrei mai immaginato. Diventare effettivamente una consulente per una grossa multinazionale è stato un grande salto, uno di quelli che ti cambiano la vita e io non pensavo davvero di essere all’altezza della situazione. Non riesco a crederci che è già quasi un anno che sono in questa azienda. È quasi un anno che lavoro, guadagno i miei soldi e vivo.

3) La morte fa parte della vita. Ad aprile, la notte tra l’11 e il 12, mia nonna è venuta a mancare. Non è il primo lutto che affrontiamo come famiglia, ma è sicuramente quello che negli ultimi anni ci ha colpito più duramente. Mia nonna era davvero una delle nostre colonne portanti. Un mese dopo, sono andata a Torino, al Salone del Libro, invece di andare alla messa commemorativa. Mi sono sentita in colpa per un sacco di tempo, perché non credevo di poter andare a vivere un’esperienza unica come al Salone, perché effettivamente era un insulto, una mancanza di rispetto. Per tutto l’anno ho vissuto questi momenti di totale ambivalenza. Poi, però, mi sono detta che mia nonna avrebbe voluto che mi divertissi… e ci ho comunque provato.

4) Il tempo allevia ogni dolore, ma resta lì a far male, come ogni vecchia cicatrice. Il 2016 è stato un anno complicato, di quelli che ti precipitano addosso senza pietà. Sono sopravvissuta, a stento. Tra lutti e terremoto e trasferimenti e perdite, ho perso tanto, ma ecco, ci sono ancora. Un po’ ammaccata forse, ma viva.

5) L’amicizia per me è fondamentale. Mai come quest’anno mi sono resa conto che la mia salvezza sono le mie amiche anche se vivono lontanissime da me, anche se sono lontane chilometri, anche se non ci sentiamo tutti i giorni. Le mie amiche sono la mia salvezza, davvero. E meno male che ci sono. Anche le amicizie nate per caso, e quelle che non credevi possibili.

6) L’Italia è bellissima. E voglio vedere tutto. E si sono una “cultrice del masso” cit.

7) Ho un grosso spirito di adattamento. E continua a sconvolgermi. Nonostante mi abbiano gettato in un progetto di cui non capivo una mazza, e che mi è ancora oscuro. Ho vissuto un mese in albergo, ho preso e mi sono trasferita da un giorno all’altro senza fermarmi. È assolutamente sconvolgente, ma d’altra parte è anche divertente girare cercando una soluzione.  

8) Non riesco a vedermi con occhi obiettivi. Ho dovuto finire la mia autovalutazione e parlando con i miei colleghi mi sono resa conto che per qualcuno quello che faccio non è scontato o banale. Ma io pretendo molto da me stessa, non mi fermo all’inizio, io cerco sempre di fare di più. Ma non so come fermarmi.

9) Il blog è sempre la mia salvezza. Senza blog non riesco proprio a starci, ma anche se in un paio di occasioni il lavoro ha rischiato di fagocitarmi, anche se in un paio di occasioni ho pensato di smettere. Ma non ce la faccio, ho bisogno di parlare di quello che leggo, di condividere il mondo delle mie letture, anche se in maniera frammentata, anche se con scarse capacità. Ma ne ho bisogno, davvero.  

10) A volte ci vogliono delle pause per staccare la spina, altrimenti si impazzisce. Ho compreso che non sono una macchina, che in qualche modo ho bisogno di fermarmi. Devo, devo, devo, mettere dei punti fermi.

11) Il frecciarossa è mio amico. Viaggiare in treno mi piace un sacco, mi rilassa, mi entusiasma… e il frecciarossa è stata la mia salvezza. Ho passato più tempo in frecciarossa che in qualsiasi altro
posto quest’anno.

12) Mi innamoro sempre dei tizi sbagliati. Ecco, purtroppo ho il vizio di invaghirmi sempre delle persone sbagliate, fidanzate, incoerenti, pazze. Me le cerco con il lanternino. Quando poi sembra che si poteva concretizzare qualcosa… sono partita. Ma sono stanca. Voglio la felicità e un tizio che mi rispetti e mi faccia ridere.

13) Diventare adulti fa schifo. Hai un sacco di beghe che devi risolverti da solo, le bollette, la dichiarazione dei redditi, la vita. Insomma crescere è difficile.

14) I sogni si possono realizzare facendo pazzie, e incontrare uno dei tuoi idoli è meraviglioso. E voglio farlo di nuovo, anche se farsi Torino-Lucca in giornata è stato sfinente, ma lo rifarei di nuovo, e ancora e ancora.

15) Posso sentirmi bella anche se non sono una spilungona sexy. Con qualche difficoltà, perché io odio il mio corpo e non mi piaccio molto, odio le mie cosce, il mio seno, il mio corpo in generale, ma sto cercando di accettarmi, di mettere le gonne anche se non le ho mai indossate, di non lasciarmi condizionare dalla mia paranoia. O almeno ci provo.

16) Adoro viaggiare. E non voglio smettere.






giovedì 5 gennaio 2017

Anxiety is a state of mind

Mi ritrovo a lavoro, senza utenza e con la necessità impellente di fare l’Appraisal, una auto-valutazione, dove in pratica devo fare un bilancio di ciò che ho raggiunto, di ciò che ho realizzato nello scorso anno a lavoro. E con la tabella davanti da riempire mi trovo in difficoltà, con l’incapacità di fare un’autocritica decente di quello che ho ottenuto e di quello che ho fatto. Mi rendo conto di non essere cosciente di me, dei miei punti forza, perché ehi io ho solo fatto il mio dovere, senza pormi domande o senza essere decentemente in regola con me stessa. Mi rendo conto di essere il mio peggior detrattore, in uno spirito di sconfitta che non riesco a quantificare. Io non so davvero che cosa pensare di me, delle mie capacità di riuscita in un ambito che è tanto instabile quanto incoerente. Ho raggiunto gli obiettivi? Ho chiesto a uno dei miei colleghi cosa ne pensasse di me, e mi ha dato una descrizione che mi ha lasciato allibita! Cioè lui mi vede davvero come una “ragazza sveglia, intelligente, flessibile, che si adatta facilmente, propositiva, disponibile, che non si tira indietro di fronte al lavoro e che resta fino a tardi senza darsi pena". Ma per me è normale, questo significa semplicemente fare il mio lavoro, impegnarmi per raggiungere un risultato, perché ehi chi sono io per non rimboccarmi le maniche? Oggi ho inviato il file al mio manager e attendo con ansia il risultato anche della sua valutazione. Come sempre sono un pendolo che oscilla da uno stato di ansia ad uno di paranoia, senza alcuna pietà.




lunedì 12 dicembre 2016

D’un tratto in un sentiero instabile

Un anno fa avevo superato il colloquio, che ancora non lo sapevo, ma mi avrebbe cambiato la vita. Ricordo il viaggio di ritorno da Roma verso l’Irpinia, con le lacrime agli occhi, perché ero fermamente convinta che quel colloquio fosse andato uno schifo. A me non avevano fatto nessuna delle domande scabrose che avevano fatto agli altri. Il mio colloquio era andato liscio… fin troppo. “No a me quello non l’ha chiesto”, “No non mi ha fatto parlare in inglese”. E non so se sia stata la mia sparata iniziale “No ho scelto ingegneria biomedica perché in televisione avevo visto un servizio sull’occhio bionico e oddio lo volevo progettare anche io” o le risposte giuste a domande innocue, o l’intervento sulla cookie policy, ma quel colloquio, al contrario di qualsiasi previsione è andato bene. 
E ora sono a Torino, a imprecare in tutte le lingue del mondo contro excel, che filiamo e disfiamo come la tela di Penelope, con quel modello che viene incrementato a colpi di martello, con la precisione di un fabbro. E sono stanca, inizio ad esserlo dopo aver corso come una matta per tutto l’autunno, con la voglia a mille, felice di contribuire a quel pezzo di banca, entusiasta e attiva. Eppure mi sento inutile, sento che nonostante tutto non sia servito a niente. I problemi si moltiplicano, gli orari si allungano, le responsabilità aumentano esponenzialmente. E sono esausta, e stressata e salto su con niente, vado nel panico solo perché mi sono tagliata un dito ieri sera. Ero da sola e ho iniziato a pensare al peggio, senza possibilità di salvarmi. Mi sono calmata dopo un secolo, a forza di ripetermi che sarebbe andato tutto bene. Ed è questo a fregarmi, la paura irragionevole di non farcela, di fallire. Sono sempre sul chi vive per chi mi trova in difetto, per mie mancanze vere o presunte, in una irrazionale spirale che mi conduce alla follia. Come sempre, come sempre non so come uscirne. Anche se sono fondamentalmente serena, con un equilibrio che non avrei mai immaginato di costruirmi qui a Torino. Eppure finisco a percorrere sempre gli stessi sentieri instabili di paura e dubbio, e non so come uscirne.