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lunedì 27 aprile 2020

La sindrome dell’arto fantasma

Per caso ho sentito la tua voce, in un momento in cui pensavo che non l’avrei mai più ascoltata, in un momento in cui immaginavo che non avrei mai più sentito parlare di te. Non basta continuare ad avere il tuo nome in timeline con i tuoi memini da boomer, non basta scorrerti nelle notifiche degli altri, che tanto non serve a niente bloccare sui social network se non blocchi anche gli amici degli amici degli amici. C’è sempre il fianco lasciato scoperto per lo stalking. È come una ricaduta di influenza dopo che ti sembra di aver passato la fase acuta della malattia, un peggioramento improvviso che ti blocca i muscoli e ti cristallizza la mente. La sindrome dell’arto fantasma che si ripropone a intervalli regolari, quando ormai ti sembra di essere guarito del tutto, con tutte le ferite rimarginate, arriva il dolore, una fitta insostenibile che ti fa accasciare a terra e ti consuma gli organi di senso. Non è mai finita, anche quando lo sembra definitivamente. Chiudi i portoni e le finestre e poi ti dimentichi delle crepe sottilissime che si formano vicino agli infissi e gli spifferi entrano lo stesso, il freddo cristallizza i ricordi. 
È la noia, questa fase di stallo da quarantena perpetua, che mi fa stare con me, me medesima e me stessa, a rimuginare, ancora e ancora sulle stesse cose, sugli stessi atti ripetuti, in una routine fatta di incertezza e paure. Vorrei solo scappare dalla stasi, da questo momento in cui sembrano tutti far qualcosa di buono con la propria vita e a me sembra di sprecare tempo, di non star combinando niente, di essere ancora ferma a mesi fa, ancora prigioniera di me stessa. Vorrei scappare, davvero lo vorrei, ma al momento posso solo tirare grossi respiri e pensare a sopravvivere. Ci saranno tempi migliori. La pioggia smetterà di abbattersi sull’asfalto, uscirà di nuovo il sole. 




giovedì 11 aprile 2019

Come stai?

Non importa se ho pianto e sofferto 
questa vita fa tutto da se


“Come stai?” ultimamente è la domanda che mi fa più paura, perché non so come rispondere. Obiettivamente non mi posso lamentare: ho un tetto sulla testa, uno stipendio che mi garantisce la possibilità di vivere bene e di togliermi alcuni degli sfizi che mi passano per la testa (in realtà potrei anche togliermene altri, ma per come sono stata educata tendo al risparmio) non ho particolari malattie debilitanti, ho una famiglia che mi ama molto e che mi sostiene sempre e un mucchio di amici che fanno sempre il tifo per me. Apparentemente sembra tutto molto bello, la realtà dei fatti è che ho un macigno di tristezza che mi spinge in un baratro di oscurità che non fa altro che distruggermi sempre di più. 
Il lavoro mi sta lentamente uccidendo, non capisco più se sono io o sono gli altri, ma la monotonia delle attività, la gestione di un cliente impossibile con cui lavoro da 3 anni, colleghi che in definitiva sembrano sempre poco interessati, manager che rifuggono le loro possibilità, mi fanno desiderare di andare via. Ho provato a chiedere di essere spostata, anche perché sopportare il “pazzo” è diventato quasi impossibile, mi consuma le energie, mi brucia la pazienza, mi dilania la quiete. E va bene la sicurezza, la stima, la fiducia, ma sono stufa marcia. Vorrei un’attività lavorativa che non dico mi renda felice, ma quanto meno mi soddisfi, che mi faccia tornare a casa con la voglia di fare altro, non di mettermi a letto a piangere, che non mi lasci tutta la notte insonne a fissare il soffitto. La salute mentale in definitiva conta di più di tutto, la tranquillità emotiva conta più dei soldi, della carriera. 
Perciò alla domanda “Come stai?” rispondo con un laconico “Bene” o uno sbrigativo “Potrebbe andare meglio” o se sono particolarmente sincera “Una merda”… sono arrivata al fare polemica quotidianamente e io in genere non sono una persona polemica. Tendo a non lamentarmi, a non lasciarmi segnare dalle difficoltà. Generalmente prendo le mie risorse e le utilizzo per combattere. A questo giro la pazienza è finita e resto miseramente a pezzi a dibattermi tra slanci e tentativi. Oramai è solo un’attesa all’opportunità migliore. Oramai è solo il tentativo di sopravvivere a una situazione di stallo, che spero prima o poi finirà. 





lunedì 27 giugno 2016

Gli occhi fissi all’orizzonte, in attesa

Credere di non poter commettere passi falsi, perdersi nella quotidianità di azioni ripetute, gesti che si ripercuotono sempre uguali a se stessi nel mondo che si aggiusta al dominio che cambia. La paura genera paura, insieme a quella incertezza ripetuta e mai corretta della mia quotidianità intransigente.
Attesa ancora di notizie, informazioni, generale senso di vuoto che si trascina inaffidabile ancora e sempre. Sono stanca di aspettare, vorrei agire di fronte allo spazio che si ristringe intorno al mio corpo scosso dalla spossatezza. Eppure è vero che ci si abitua a tutto, anche all’instabilità di punti di riferimento che si affossano. Si accascia anche il senso di perdita che si trascina nel baratro. La paura mangia il colosso che campeggia nel mio campo visivo, in quella consapevolezza da fin de siecle che cerca di conservare lo status quo e che invece ha perso e sta per cadere.
Sai quella sensazione di ansia che precede lo scoppio della tempesta, che puoi assaporare con la certezza che stia per arrivare qualcosa di terribile e ci provi a cacciarlo indietro, ci provi a respingere quella sensazione ma non te ne liberi, ti consuma le ossa fino a lasciare polvere. E quando davvero scoppia la tempesta, sei troppo debole per metterti in salvo, troppo consumato per salvarti. E finisci per perdere anche più di quello che avresti perso altrimenti.
Il tempo si ferma improvvisamente, gestito da un’entità che sfugge al controllo di ogni sensazionale momento che mi perseguita, genera solo un eco nella memoria. C’è una via di uscita. Spero che ci sia il modo per sfuggire a quella sensazione di perdita che sembra soffocare il cuore e il respiro. Sembra quasi di perdere i sensi, sembra quasi di non avere sufficiente capacità di sfuggire. Il respiro mozzato e attendo. Attendo.




sabato 4 giugno 2016

Waiting for… like a fool

Se già ci apparteniamo poi dopo che succede
vorrei scavarti l'anima raccontarti che si vede
non voglio dalla vita una storia qualunque...



È il brivido che fa la differenza, quell’attimo sospeso di desiderio di quando si sta per muovere un passo verso il cedimento e la paura rarefatta che ti attanaglia le viscere. Sono giorni di attesa questi, vincolati alla paturnia di una scostanza ignobile. Quando ci rivedremo, quando ti rivedrò di nuovo, quando ti fisserò negli occhi che cosa ti dirò? Avrò il coraggio di confessarti quello che mi passa per la testa, che la voglia di accompagnarmi a te è forte, che vorrei abbattere la barriera della mia timidezza e delle mie insicurezze croniche per raggiungerti dall’altra parte del muro di vetro che mi blocca i passi e i battiti? Perché ho paura come sempre di affrontare la realtà. È più facile nascondermi dietro i pensieri stagnanti. E cosa che più mi sconvolge è il fatto che millanto di essere una di quelle ragazze aperte, che non si ritroverà mai persa in una situazione stagnante, che piuttosto si lancia. E poi invece mi ritrovo a fissare il telefono aspettando una prima mossa che probabilmente non arriverà. Perché d’altronde  non stiamo entrambi aspettando un incoraggiamento dall’altro? Non mi sono trincerata anche io in un flirting che non porta da nessuna parte? I nostri battibecchi in fondo non servono a nascondere l’imbarazzo? E quindi resto ancora qui, ferma, in attesa. Come una sciocca.