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mercoledì 13 luglio 2016

Partire e tornare a mangiare bagna cauda

Quando ho iniziato questo percorso lo scorso novembre non avrei mai mai mai immaginato dove mi avrebbe portato. Quando sono arrivata ad Ariano Irpino con una candidatura inviata il giorno prima della scadenza del bando, una incredulità di fondo quando mi hanno chiamato di sabato per fare il colloquio la settimana successiva, il viaggio della speranza passando per Foggia e finendo in una stazione dimenticata da dio in fondo ad una valle, in Irpinia, di cui ignoravo l’esistenza. L’incontro con un palermitano e un ragazzo di Como con cui ho condiviso caffè, risate e pausa pranzo, nell’ansia di non sapere cosa fare della propria vita e tirocini a metà, e domande “ma tu ci vieni davvero qui ad Ariano se ti prendono?”. E quel colloquio in cui sono riuscita ad infilare i libri e Un uomo della Fallaci, con un’attesa infinita che sono stata la penultima che tanto io e l’altro ragazzo restavamo a dormire lì, che come ci torno a casa? E a momenti non ci tornavo neanche il giorno dopo, che per fortuna il tipo mi convinse ad andare con lui in autobus fino a Foggia (autobus che subì un guasto e si fermò a pochi chilometri da Ariano), che c’era stata l’alluvione nel beneventano e i treni non passavano. La certezza che quel colloquio fosse andato malissimo, con la prospettiva di altre ricerche al pc e invii di curriculum e depressione. La telefonata in un venerdì pomeriggio che si mi avevano  presa e “Oddio mamma devo andare ad Ariano!” e nessuno ci credeva, sembrava talmente impossibile, che io stentavo a realizzare. Una settimana frenetica di preparativi e il viaggio verso sud con l’ansia a palla e il ciclo. Eppure…  eppure sono sopravvissuta a tre mesi di scleri, progetti, consegne alle cinque della mattina, weekend ad Ariano con il palermitano, che avevano preso anche lui, e gli altri reclusi, a base di pranzi e cene cucinati da noi, e serate al Black Rose, pseudo studio e compiti di inglese. Freddo, neve, colloquio a Roma con l’ansia a due milioni con il capo dei capi della mia azienda preferita tra quelle che finanziavano il corso, e quella per cui hanno scelto di candidarmi, che quasi non ci credevo che ero tra loro. E ancora non stentavo a rendermi conto quando ci hanno convocato per dirci che ci avevano preso. Che si saremmo andati a fare il tirocinio lì. Ci avevano prospettato Roma, Milano, Torino e poi invece mi dissero “Ehi tu Annachiara vai a Firenze” che sembrava una figata assurda.  E prima vai a Milano, poi non vai più a Firenze ma a Torino. Quattro giorni a Torino e “ehi chiudiamo il progetto, saluti e baci” e vai a Firenze.
E qui a Firenze sono stata benissimo, il tirocinio più entusiasmante che potessi desiderare, con un supervisor che ci ha tenuto a insegnarmi il mestiere e a farmi volare da sola, tra prove al cardiopalma con il tasto invio premuto con il cuore in gola e presentazioni su argomenti che a momenti “sono l’esperta italiana” come ci teneva a sottolineare il mio supervisor. Quegli “ottimo lavoro” e “Bravissima” che mi risuonano ancora nel cervello nonostante tutto. Spiegare al cliente il funzionamento di una query già dal primo giorno a lavoro, che dopo tre settimane di lettura e spostamenti ero ancora praticamente digiuna di tutto, con tanta forza di volontà e la consapevolezza che niente è impossibile. E sembra passato un secolo e invece solo qualche mese, da quel piovoso (o nevoso) sabato di marzo in cui sono sbarcata nella patria di Dante.  E sono felice di come sono andate le cose anche se la solitudine mi ha inghiottito le ossa e mi ha fagocitato il temperamento. Credo che la mancanza di persone con cui vivere Firenze fuori dagli infratti del mio lavoro sia la cosa che più mi ha penalizzato e distrutto.
E ora… ora si apre un nuovo capitolo e torno a mangiare bagna cauda prima di quello che credevo. So Torino aspettami, di nuovo!




giovedì 31 marzo 2016

Attimi che si sommano, attimi che si sottraggono

Gli effetti invisibili che non riesco a comprendere sono quella somma di azioni volontarie o involontarie che mi hanno portato fino a qui. Un percorso tutto in salita, con traguardi faticosamente raggiunti vetta dopo vetta, con quegli scarponi che lasciano vesciche, il bastone a cui sorreggerti che piaga le mani, la convoluzione di sofferenza e sacrificio che non smette mai di pungolare. Attimi, che si sommano, che si sottraggono che si catapultano nell’imperfezione di incongruenze esplicite.
Da piccola sognavo di fare l’archeologa (ero super fissata con gli Antichi Egizi), l’astronoma (per uno dei miei compleanni, mi pare in seconda media, mi sono fatta regalare un telescopio, ce l’ho ancora inscatolato nel mio armadio e ogni tanto vorrei aprirlo, ma non ho spazio, e ora sono lontana da casa), la biologa marina (mi ero fissata con i delfini in maniera mooolto preoccupante) e per finire la critica letteraria (che i libri mi sono sempre stati accanto in ogni momento della mia vita). Eppure al momento fatidico della scelta universitaria, al colmo della confusione, divisa tra una fisica pura (e poi che diamine ci fai nella vita?) e una scienze del turismo dettata anche dal mio impegno con il comune del mio paese, me ne sono uscita con Ingegneria Biomedica. Avevo visto un servizio al tg su un occhio bionico impiantato con successo(che scopro oramai impiantato anche all’ospedale di Carreggi qui a Firenze, poi dici i casi della vita) e mi ero talmente gasata che mi sono detta “no voglio fare anche io cose del genere... come posso fare?”. Poi visto che c’era alla Politecnica delle Marche, è stato un attimo decidere, che si, quello sarebbe stato il mio destino.
Non avrei mai, mai, mai immaginato che sarebbe stato così difficile, mai avrei immaginato prima di iniziare le difficoltà a cui sono andata incontro, che ho dovuto superare, i rospi da ingoiare, l’ambiente, ancora di un maschilismo dirompente, popolato da uomini, con cui rivaleggiare, a cui dimostrare che si, hai le loro stesse capacità, se non di più. Le nottate di studio, i progetti, gli esami, le lezioni, l’essere pendolare, le amicizie, i gruppi di studio. Ricordi indelebili, ma che pesano.  E poi... e poi alla fine eccomi a fare la consulente informatica, che non c’entra niente con l’ingegneria biomedica. Che si ci sguazzavo tra le protesi e avrei pure voluto continuare a lavorarci (continuare magari anche con la mia tesi, che avere una protesi di ginocchio per le mani, compresa la sua stampa 3D, averne progettato, disegnato e studiato con la FEM) pure è finita diversamente. Sono cambiata tanto in un anno e sono anche professionalmente cresciuta molto, ho acquisito competenze che non mi sarei mai sognata.
E sono qui, a Firenze, ad occuparmi di database. Non si sa mai dove si va a finire finché non ci si arriva.