Ci credi che è volato un altro anno e quasi non riesco a percepirne appieno le conseguenze? Ma ci rendiamo conto che è quasi un anno in cui lavoro senza la sua ombra malvagia e non riesco a capacitarmene e a riconciliare la mia immagine attuale con quella dello scorso anno? Vero, non riesco a farlo a prescindere, con quello che sta succedendo in questo 2020 che davvero ci ha portato via tanto, tantissimo, ma personalmente mi ha dato tanto, tantissimo. Dovevo scontarla in qualche modo la libertà, pagando con altra moneta di scambio. “If you gain some, you lose some” perché ci deve essere sempre un equilibrio nelle forze cosmiche. Ma non riesco a fare i conti con la disperazione che mi aveva assalito lo scorso anno al rientro dalle mie ferie in cui emotivamente ero a pezzi con la voglia di buttare tutto per aria, un lavoro che mi stava portando via pezzi di lucidità e salute. Eppure alla fine sono ancora nello stesso punto a macinare le stesse incomprensibili spiegazioni al perché posso resistere ancora un po’ mentre cerco di meglio. Non so cosa mi abbia spinto a non demordere, una buona dose di caparbietà, la consapevolezza che senza uno stipendio non posso vivere da sola, e che a Torino in fondo ci sto bene. Non so quest’anno mi ha presentato una diversa prospettiva su me stessa e sul mondo, mi ha regalato nuove ansie e frustrazioni, tanti abbracci che non avrei mai pensato di dare, innumerevoli notti e insonni e nuovi modi per combattere la noia. Ma allo stesso tempo, in questo momento, vorrei poter fare una valigia e andarmene. Dove non lo so, che stiamo messi tutti nello stesso modo, con la sensazione di non uscirne mai più e l’inevitabile senso di isolamento che imperversa imprescindibile nelle nostre vite. E allora sono ancora intrappolata tra le mura del mio monolocale con il disegno di Kim Seokjin che mi fissa negli occhi con il suo intramontabile fascino.
Visualizzazione post con etichetta ansia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ansia. Mostra tutti i post
mercoledì 4 novembre 2020
giovedì 5 gennaio 2017
Anxiety is a state of mind
Mi ritrovo a lavoro, senza utenza e con la necessità impellente di fare l’Appraisal, una auto-valutazione, dove in pratica devo fare un bilancio di ciò che ho raggiunto, di ciò che ho realizzato nello scorso anno a lavoro. E con la tabella davanti da riempire mi trovo in difficoltà, con l’incapacità di fare un’autocritica decente di quello che ho ottenuto e di quello che ho fatto. Mi rendo conto di non essere cosciente di me, dei miei punti forza, perché ehi io ho solo fatto il mio dovere, senza pormi domande o senza essere decentemente in regola con me stessa. Mi rendo conto di essere il mio peggior detrattore, in uno spirito di sconfitta che non riesco a quantificare. Io non so davvero che cosa pensare di me, delle mie capacità di riuscita in un ambito che è tanto instabile quanto incoerente. Ho raggiunto gli obiettivi? Ho chiesto a uno dei miei colleghi cosa ne pensasse di me, e mi ha dato una descrizione che mi ha lasciato allibita! Cioè lui mi vede davvero come una “ragazza sveglia, intelligente, flessibile, che si adatta facilmente, propositiva, disponibile, che non si tira indietro di fronte al lavoro e che resta fino a tardi senza darsi pena". Ma per me è normale, questo significa semplicemente fare il mio lavoro, impegnarmi per raggiungere un risultato, perché ehi chi sono io per non rimboccarmi le maniche? Oggi ho inviato il file al mio manager e attendo con ansia il risultato anche della sua valutazione. Come sempre sono un pendolo che oscilla da uno stato di ansia ad uno di paranoia, senza alcuna pietà.
giovedì 25 agosto 2016
Non mi abituerò mai a sentire la terra tremare
Una delle cose più
terribili che abbia mai dovuto affrontare da sempre è il terremoto. È una delle
cose che mi spaventa di più in assoluto, perché di fronte alla terra che inizia
a tremare non possiamo fare nulla, se non metterci in salvo e osservare
immobili i danni. Ed è incredibile ripensare al terrore cieco che mi ha
catturato ogni volta che siamo stati investiti dal sisma. Quello del 97,
quando ero solo una bimba di otto anni, sotto al banco di terza elementare, tra Marche e Umbria, Colfiorito distrutto da macerie
e macerie, con i container rimasti lì per anni. Il 6 aprile 2009, quelle 3:35
che nel cuore della notte ci hanno fatto precipitare in strada, e dormire tutti
nel lettone dei miei, con gli occhi
sbarrati e il mattino dopo l’esame di Fondamenti di Automatica, e chi se lo
scorda, con gli amici abruzzesi trapiantati ad Ancona con gli occhi vacui e
il terrore nel cuore, completamente impotenti. Lo guardo fisso al telegiornale, tantissime giovani vite
spezzate, quella Casa dello Studente sventrata e irriconoscibile. E nel maggio
del 2012 in Emilia, a pochi giorni dal mio compleanno, la terra sussulta, il
cuore piange, tantissimi amici oltre confine della mia regione. E sempre ti
assale quella paura cieca, la voglia di scappare, non sapere dove andare, ansia per quel mondo che sembra scomparire in un attimo, invaso dalle
macerie e dal tremore.
Anni dopo e continuo a
tremare. Tremo, lo faccio da giorni oramai, incapace di mettere a tacere la
paura angosciante. Martedì notte ero a casa di amici a bere e ridere quando è
iniziato a ballare tutto. Secondi interminabili, paura che ti attanaglia le
viscere, le gambe che tremano anche dopo. 3:36 e tutto rapidamente cambia. Un
attimo prima ridi, un attimo dopo tremi. 140 secondi interminabili, a guardarci
in faccia, a stringerci le mani, che si, ti sembrava di morire, ma stiamo tutti
bene. Mother che mi chiama e mi chiede “Dove sei?”. Tornare a casa e per il
borgo qualche calcinaccio. Il borgo ammaccato e sgrullato per bene, la gente
per i vicoli, che si chiama, che cerca di dare conforto come può. Stare in
strada. Rientrare. Dopo poco precipitarsi di nuovo fuori e continuare a
tremare. Non è passata neanche un’ora e un’altra terribile scossa ci ha
colpito. Aggirarsi per le strade affollate, guardare volti di persone conosciute
in preda al panico a tormentarsi e a ringraziare per non aver subito danni, per
essere ancora vivi. Rimanere in macchina, leggere freneticamente sui social cosa
succede, perché chi ci torna in casa con cocci in terra di oggetti fracassati,
l’intonaco della mia camera da letto caduto sulla scrivania e sui miei libri. E
ancora scosse, una trentina in tre ore e tanta paura. Scosse di assestamento
che a volte sembrano non finire mai, che sembrano anche peggio della prima,
perché rinnovano la paura. Noi per fortuna stiamo bene. Ad Amatrice (bellissimo
borgo), Accumuli, Arquata e Pescara del Tronto e altri paesi nel rietino e nelle basse Marche non
possono dire la stessa cosa. Vedo le immagini scorrere in tv e mi viene da
piangere. Ad ogni storia disastrosa che ascolto lacrime silenziose scivolano
lungo le mie guance e non so come reagire. A volte sembra davvero che ci si
accanisca. Quando poi ti rendi conto dei giornalisti che pur di accaparrarsi lo
scoop non elemosinano nell’inquinare la tragedia, nel dipingerla a tinte fosche
a renderla sempre più ignobile. E allora ti rendi conto di come si cerca di
guadagnare su qualsiasi cosa, che la solidarietà di tantissimi si accompagna
alla critica facile e al male di altri, che è più facile attaccare che
rimboccarsi le mani, ma che c’è anche tanto bene intorno a noi. Equilibrare le
cose sembra difficile ma è necessario per ricominciare e andare avanti. Piano piano
stiamo tornando alla vita di sempre anche se viviamo sul chi vive, con l’incubo
che potrebbe ripetersi da un momento all’altro. Raccogliendo cocci di
suppellettili rotte, tremando ogni volta che sento un rumore sospetto, con il
sangue gelato nelle vene ad ogni sussulto. E non mi abituerò mai a sentire la
terra tremare.
domenica 21 agosto 2016
Dall’Appennino alle Alpi
“Sempre
caro mi fu quell’ermo colle”
A volte sento una
nostalgia perniciosa e inarrestabile, che calpesta le certezze tanto
faticosamente raccolte. A volte mi ritrovo a fissare il paesaggio fuori dalla
finestra e ad acquisire la consapevolezza che non lo ritroverò tanto presto,
che mi trasferirò e che sarò lontana chilometri e chilometri. Se da un lato mi
entusiasma finalmente andare a vivere da sola, senza i miei genitori, senza zie
e senza inquilini, perché ho trovato un carinissimo monolocale da affittare,
dall’altro mi mancherà ancora di più la mia terra, quelle calde colline tiepide
e verdi, quei colori tipici del maceratese, quel borgo tanto odiato e tanto
amato.
Eppure cerco di non
pensare alla finalità di un viaggio dall’altro lato dell’Italia, cerco di non
pensare al nuovo addio e all’impossibilità di scappate più frequenti come
quando ero a Firenze. Firenze con quel mantello di struggenti riecheggi
rinascimentali, vorticosi e ignari, quella “c” aspirata che non ho mai
accettato del tutto e la stazione di Santa Maria Novella davvero capace di
portarti dappertutto. Come al solito sono in preda all’ansia perché non so di
preciso come andranno le cose. Tornare a Torino sarà come gettarsi nel vuoto,
intraprendere una carriera di cui non so nulla mi lascia interdetta e ansiosa,
spero davvero di prendere le decisioni giuste, di essere capace di fare tutto
nel modo migliore, di essere davvero all’altezza della situazione. Ho paura,
davvero, ma spero di sopravvivere come ho fatto fino ad ora.
martedì 16 agosto 2016
Becoming an adult is like jump in the void
Mi trovo nella mia
camera da letto, quella dove sono cresciuta, a fissare il paesaggio collinare
che si estende fuori dalla mia finestra. Il sole brilla sui campi dalla terra
smossa, quelli con i girasoli secchi pronti per essere spazzati via per
recuperare i semi e il verde degli alberi. L’estate è sempre stato il mio
momento prediletto. Amo guardare il verde che si estende a perdita d’occhio,
crogiolarmi al sole, sciogliermi nell’afa. Passare le ferie nella mia regione
al sapore di una incongruenza infinita, anche quando tutto sembra perdersi
nello scirocco. Se penso all’anno scorso, a come mi dibattevo alla ricerca di
un’occupazione che stentavo a raccattare, mi viene quasi da ridere e vorrei
tornare da quella neolaureata scoraggiata e dirle che si, saremmo
sopravvissute, si ce l’abbiamo fatta non solo a vegetare ma a trovare un’occupazione
entusiasmante e remunerativa. Non lo avrei mai creduto, eppure sono qui, a
godermi le ferie. Eh le ferie, dopo sei mesi di corsa, studio, apprendimento,
rischi, esperienze. Dopo aver vissuto a Firenze e ora a Torino.
È strano come
improvvisamente inizi a pensare di essere adulta, di non essere più una
ragazzina che alla minima difficoltà va dai genitori. O meglio che non vive più
con la propria famiglia e che non si può più disinteressare di qualsiasi
aspetto legato alla casa, alle tasse, alla vita. Una settimana fa ho firmato il
mio primo contratto serio, un contratto a tempo indeterminato con una società
di consulenza americana, ho accettato di trasferirmi a Torino e sto seguendo un
progetto entusiasmante anche se pieno di pericoli. E sono così impaziente di
compiere le mie scelte, di crescere, di entusiasmarmi anche se purtroppo
aumentano in maniera esponenziale le responsabilità. Nessuno mi tratta più come
la stagista della situazione, sono la Data Owner del nostro team, tengo le fila
dei file, condivido le opinioni e le riunioni, intrattengo rapporti con il
cliente offrendo il mio punto di vista e le mie competenze anche quando non
sono esperta in niente. Il mio manager valuta la mia opinione, il mio collega l’altro
giorno mi ha detto che il nostro
responsabile ha affermato che l’azienda vuole puntare su di me, facendomi
crescere e dandomi competenze vere. Il che è davvero entusiasmante. Anche se
spaventoso. Anche se completamente destabilizzante.
Per ora mi godo le
ferie…
Etichette:
ansia,
cambiamenti,
crescita,
io,
lavoro
venerdì 22 luglio 2016
New town, new life
Torino ha il fascino antico di una città dalla pianta romana, così diversa
dalla tipica pianta a cipolla dei borghi medievali che popolano le mie adorate
colline. Torino è viva come lo può essere una città cosmopolita che cerca di
adattarsi al momento storico che vive, con una folla di giovani, turisti e
gente venuta all’avventura. I torinesi “falsi e cortesi”, dicono, eppure ancora
non ne ho visto uno di torinese, stando chiusa incessantemente in uno dei
palazzi storici del centro, a poche centinaia di metri da piazza Castello. Mercoledì
sono uscita alle dieci dall’ufficio, con la consapevolezza che lavorare come
consulente significa stare lì e battere sul ferro finché è caldo. Eppure come
al solito mi trovo in un nuovo ambiente, completamente spaesata, a cercare di
rimettere in fila i pezzi, senza competenze specifiche, senza le conoscenze
bancarie che proprio non ho, perché ehi in fondo sono un ingegnere biomedico.
“Come sei arrivata qui?” “No comment” è stata la risposta di oggi al
ragazzo che me lo ha chiesto. Come lo spieghi che trovare lavoro è
difficilissimo e che per necessità finisci per accontentarti di qualsiasi cosa?
Che poi alla fine non mi sono accontentata perché quello che
faccio mi entusiasma anche se in questo momento sto un po’ arrancando. Ma è
incredibile vedere come si gestisce una banca, come si mette su il motore che
la fa funzionare, e sapere che stai contribuendo a farla andare avanti.
Eppure sono qui che combatto da quando sono arrivata con un cavolo di
software che non vuole girare, con excel da riempire e io odio excel e la
consapevolezza di essere l’unica donna in un team declinato tutto al maschile. L’altro
giorno si andava avanti a suon di battutacce di un maschilismo che davvero ero
basita, ma ho cercato di ignorare tutta la situazione, perché ehi sono l’ultima
arrivata, e c’era il boss del cliente che ci paga e io davvero non potevo dire
nulla. Un altro tipo se n'è uscito “Stavo discutendo con il responsabile delle
filiere per inserire questo attributo, ma mi ha segato” “Perché non hai insistito?” gli hanno chiesto,
“No era una donna, mi sono tirato indietro” come se una donna non fosse una
persona con cui discutere e con cui raggiungere il compromesso più adeguato. Questi
pregiudizi radicati in una mentalità gretta, in cui il tecnico è solo un uomo e
una donna non può fare l’informatico perché non ne è in grado, deve finire. Ieri sono andata a consegnare gli excel finiti dal cliente sorridendo, e uno dei tipi mi ha detto "Se arrivi sorridendo così è si a prescindere", io ho continuato a sorridere, ho consegnato quello che dovevo e me ne sono andata.
Perciò non solo il progetto è un treno in corsa su cui devo saltare a bordo al volo perché non si ferma per me e con mille scadenze che io davvero non so come faremo a rispettare, considerando che abbiamo perso un botto di tempo stamattina per una riunione in cui abbiamo parlato di fluffa!, ma devo anche farmi forza, farmi il culo e dimostrare che sono capace quanto gli altri, che posso allinearmi e in frettta, perché in fondo io ce la posso fare, spero, anche in un mondo di uomini.
Perciò non solo il progetto è un treno in corsa su cui devo saltare a bordo al volo perché non si ferma per me e con mille scadenze che io davvero non so come faremo a rispettare, considerando che abbiamo perso un botto di tempo stamattina per una riunione in cui abbiamo parlato di fluffa!, ma devo anche farmi forza, farmi il culo e dimostrare che sono capace quanto gli altri, che posso allinearmi e in frettta, perché in fondo io ce la posso fare, spero, anche in un mondo di uomini.
![]() |
| Torino, Piazza Castello |
Etichette:
ansia,
concezioni,
lavoro,
nuovo inizio,
stanchezza,
Torino
venerdì 1 luglio 2016
Fare come i castori
Sapevo che non sarei
riuscita a cambiare le carte in tavola, perché in fondo è così che va, sono a
fissare questo scorrere muto di fronte all’infinito e invece ho perso di nuovo,
ho perso la motivazione che mi serviva per continuare a credere in questa cosa,
questa scintilla che forse mi sono solo immaginata. Come a dire di aver perso
di fronte ai frammenti sconnessi della mia immaginazione.
E allora devo trovare
soddisfazione altrove, da altre parti, da altri contesti. Dal lavoro, pensando
che la mia forza di volontà è davvero
una spinta potente. E dovrei davvero smetterla di dubitare delle mie capacità, che non è vero che sono un
fallimento totale, che non è vero che sono un’incapace. Eppure quel senso
implacabile di orrore e sfiducia continua a colpirmi, continua a mietere
vittime nella mia mente desolata. Sono io che perdo, eppure sono io che cedo le
armi. E in realtà ho avuto l’ennesima dimostrazione che non faccio così schifo.
Il mio supervisor in realtà me lo ripete dall’inizio di questo tirocinio, ma io
continuo a dirmi che no, non è vero, eppure lui mi da una fiducia sconfinata,
eppure lui è uno di quelli che crede in me. Ne è la prova l’ennesima
presentazione davanti ai colleghi esperti della nostra azienda e i nostri capi.
I complimenti quel “ottimo lavoro!”, “la presentazione era ottima”,
“bravissima” che mi ha regalato prima, durante e dopo, mi hanno dato quella
consapevolezza di non essere proprio un’incapace. I feedback sempre positivi,
la felicità di non rimpiangere nulla. Io ci sono,
posso farcela, anche quando tutto sembra perduto. La mia tigna, la mia
volontà ferrea di non essere un peso e di non deludere nessuno, quella
propensione a non essere da meno e di non fregarmene del gruppo e di non stare
con le mani in mano mi aiuteranno sempre, spero.
Anche se sono sempre
bersagliata dai dubbi, dalla facoltà di mettere in discussione tutto,
soprattutto me stessa e i miei risultati, quelli che dovrebbero fare la
differenza.
lunedì 27 giugno 2016
Gli occhi fissi all’orizzonte, in attesa
Credere di non poter commettere passi falsi, perdersi nella quotidianità di
azioni ripetute, gesti che si ripercuotono sempre uguali a se stessi nel mondo
che si aggiusta al dominio che cambia. La paura genera paura, insieme a quella
incertezza ripetuta e mai corretta della mia quotidianità intransigente.
Attesa ancora di notizie, informazioni, generale senso di vuoto che si
trascina inaffidabile ancora e sempre. Sono stanca di aspettare, vorrei agire
di fronte allo spazio che si ristringe intorno al mio corpo scosso dalla
spossatezza. Eppure è vero che ci si abitua a tutto, anche all’instabilità di
punti di riferimento che si affossano. Si accascia anche il senso di perdita
che si trascina nel baratro. La paura mangia il colosso che campeggia nel mio
campo visivo, in quella consapevolezza da fin de siecle che cerca di conservare
lo status quo e che invece ha perso e sta per cadere.
Sai quella sensazione di ansia che precede lo scoppio della tempesta, che
puoi assaporare con la certezza che stia per arrivare qualcosa di terribile e
ci provi a cacciarlo indietro, ci provi a respingere quella sensazione ma non
te ne liberi, ti consuma le ossa fino a lasciare polvere. E quando davvero
scoppia la tempesta, sei troppo debole per metterti in salvo, troppo consumato
per salvarti. E finisci per perdere anche più di quello che avresti perso
altrimenti.
Il tempo si ferma improvvisamente, gestito da un’entità che sfugge al
controllo di ogni sensazionale momento che mi perseguita, genera solo un eco
nella memoria. C’è una via di uscita. Spero che ci sia il modo per sfuggire a
quella sensazione di perdita che sembra soffocare il cuore e il respiro. Sembra
quasi di perdere i sensi, sembra quasi di non avere sufficiente capacità di
sfuggire. Il respiro mozzato e attendo. Attendo.
mercoledì 22 giugno 2016
Il fastidio di un vuoto palpitante che fagocita
È incredibile come tu cerchi in
tutti i modi di liberarti dai gioghi, eppure ti ritrovi invischiato in
situazioni al limite, in situazioni totalmente strette, da essere opprimenti 24
ore su 24, senza via di uscita, senza possibilità di scappare, perché la
situazione fa comodo, perché è quasi meglio così in una situazione incerta e
senza scampo. Attendo ancora perché al momento è l’unica cosa da fare e
attendere risposte, notizie, consigli, possibilità. Non c’è via di uscita. Odio
attendere. Ma è un passo necessario in questo momento.
È l’idea di essere intrappolati in
una situazione senza via di uscita che ci sconvolge, perché è quel senso di
impotenza continua che ci impedisce di andare avanti.
Penso di non avere la capacità di
discernere i dati utili da quelli inutili, rischio di spiegare le stesse
cose ogni volta che mi ritrovo con una persona nuova. Sono in perdita, come
sempre, con la convinzione di non essere arrivata da nessuna parte.
Il tempo che si consuma a valle
delle mie emozioni si frange di fronte all’impossibilità di non capire il senso
dell’inevitabile. È difficile sfuggire alle precipitose distanze che si
dispiegano di fronte a me. Cadono frettolose con la stessa inconsistenza delle
stelle cadenti. Precipitare nel vuoto lascia completamente inermi, lascia
sull’orlo del baratro senza paracadute.
Eppure prima o poi le cose devono
cambiare, devono migliorare, devono evolvere, approssimarsi verso la fine di
una nuova costellazione non ancora analizzata, che sembra perdurare ai confini
del tempo. Muore ai piedi della speranza, si frange ai confini della nostra
perdita, con le lacrime che scorrono a fiumi, scorrono copiose e inarrestabili.
Cadere, perdere, desinbilizzarsi,
arti spezzati e mal digeriti
generale fastidio, colpito dall’impatto
urti molleggianti e generale inconcludenza
schiacciante perdita di coscienza
il fastidio di un vuoto palpitante che fagocita.
Etichette:
ansia,
fine,
io. tristezza,
malinconia,
musica,
poesia,
Sia
sabato 9 aprile 2016
I cannot live in fear
L’altra sera stavo
messaggiando con a friend of mine e mi ha chiesto “Che fai stasera?” e io gli
ho risposto “Sono a casa, mi guardo un film, che sono a Firenze, non mi sembra
saggio uscire da sola, la sera”. Poi leggo un
post di Mirya sulla sua pagina facebook e mi rendo
conto che non possiamo vivere nella paura di fare le cose, non possiamo
crogiolarci nell’angoscia di uscire di casa e non poter fare quello che ci
piace, quello che amiamo perché temiamo che possa succederci qualcosa di
brutto. È assurdo che io perché donna, perché “sesso debole”, perché il mio no
non viene considerato come tale debba essere costretta a rinchiudermi in casa,
a nascondermi da una città che vorrei scoprire e vivere. E bisogna sempre essere
prudenti, pensare a quello che si dice e come lo si dice, perché si, insomma,
la gente potrebbe pensar male. Ed è inconcepibile che ancora non ci sia l’educazione
a un rispetto che svincoli dai pregiudizi, che sia edulcorato dalla improbabile
forma mentis di generazioni su generazioni di maschilismo estremo. E mi
addolora sapere che sono le donne le prime nemiche di loro stesse, che sono
loro a subire le conseguenze di comportamenti meschini e intransigenti, che
debbano chinare la testa e perdersi in strade inesplorate, col rischio di
essere fagocitate. Dobbiamo avere cura di noi stesse, avere il coraggio di non
subire passivamente, di far rendere conto a chi ci circonda che siamo libere di
agire come vogliamo, alla ricerca di una realizzazione personale che esula da
qualsiasi costrizione.
Non possiamo vivere nella paura.
Le ragazze fanno grandi sogni
forse peccano di ingenuità
ma l’audacia le riscatta sempre
non le fa crollare mai.
giovedì 31 marzo 2016
Attimi che si sommano, attimi che si sottraggono
Gli effetti invisibili che non riesco a comprendere sono
quella somma di azioni volontarie o involontarie che mi hanno portato fino a
qui. Un percorso tutto in salita, con traguardi faticosamente raggiunti vetta
dopo vetta, con quegli scarponi che lasciano vesciche, il bastone a cui
sorreggerti che piaga le mani, la convoluzione di sofferenza e sacrificio che
non smette mai di pungolare. Attimi, che si sommano, che si sottraggono che si
catapultano nell’imperfezione di incongruenze esplicite.
Da piccola sognavo di fare l’archeologa (ero super
fissata con gli Antichi Egizi), l’astronoma (per uno dei miei compleanni, mi
pare in seconda media, mi sono fatta regalare un telescopio, ce l’ho ancora
inscatolato nel mio armadio e ogni tanto vorrei aprirlo, ma non ho spazio, e
ora sono lontana da casa), la biologa marina (mi ero fissata con i delfini in
maniera mooolto preoccupante) e per finire la critica letteraria (che i libri mi sono sempre stati accanto in ogni momento
della mia vita). Eppure al
momento fatidico della scelta universitaria, al colmo della confusione, divisa
tra una fisica pura (e poi che diamine ci fai nella vita?) e una scienze del
turismo dettata anche dal mio impegno con il comune del mio paese, me ne sono
uscita con Ingegneria Biomedica. Avevo visto un servizio al tg su un occhio bionico impiantato con successo(che scopro oramai impiantato anche all’ospedale di Carreggi qui a Firenze, poi dici i casi della vita) e mi ero talmente gasata
che mi sono detta “no voglio fare anche io cose del genere... come posso
fare?”. Poi visto che c’era alla Politecnica delle Marche, è stato un attimo
decidere, che si, quello sarebbe stato il mio destino.
Non avrei mai, mai, mai immaginato che sarebbe stato così
difficile, mai avrei immaginato prima di iniziare le difficoltà a cui sono
andata incontro, che ho dovuto superare, i rospi da ingoiare, l’ambiente,
ancora di un maschilismo dirompente, popolato da uomini, con cui rivaleggiare,
a cui dimostrare che si, hai le loro stesse capacità, se non di più. Le nottate
di studio, i progetti, gli esami, le lezioni, l’essere pendolare, le amicizie,
i gruppi di studio. Ricordi indelebili, ma che pesano.
E poi... e poi alla fine
eccomi a fare la consulente informatica, che non c’entra niente con
l’ingegneria biomedica. Che si ci sguazzavo tra le protesi e avrei pure voluto
continuare a lavorarci (continuare magari anche con la mia tesi, che avere una
protesi di ginocchio per le mani, compresa la sua stampa 3D, averne progettato,
disegnato e studiato con la FEM) pure è finita diversamente. Sono cambiata
tanto in un anno e sono anche professionalmente cresciuta molto, ho acquisito
competenze che non mi sarei mai sognata.
E sono qui, a Firenze, ad occuparmi di database. Non si
sa mai dove si va a finire finché non ci si arriva.
domenica 6 marzo 2016
Ansia... il mio secondo nome
It is the unknown we fear when we look upon death and darkness, nothing
more.
Harry Potter and the Half-Blood Prince – J.K. Rowling
Sto imparando a vivere
alla giornata, senza darmi troppa pena di quello che succederà. La vita è così
complicata, piena di alti e bassi, troppe incertezze e bisogna avere il
coraggio di non mollare, di essere lì sempre anche quando ci sembra inevitabile
cadere, anche quando lasciar perdere tutto sembra l’unica mossa possibile. Mi
sento come in una partita a scacchi, in stallo, senza la vera consapevolezza di
dove andare, come salvarmi, come raggiungere una certa tranquillità interiore
senza impazzire. Perché le cose sono cambiate di nuovo. Dopo una brevissima
parentesi torinese, segnando il record di permanenza più breve in un progetto,
sono a Firenze. Sono qui nella ridente Toscana, anche se sono stata accolta da
una pioggia battente e l’Arno che ulula fuori della mia finestra. Sono qui in
un’ennesima stanzetta, con il freddo che mi penetra nelle ossa e la sensazione
di non essere all’altezza. Domani, domani inizio per l’ennesima volta in un
nuovo ufficio, con gente sconosciuta, da sola, irreparabilmente sola, con la
consapevolezza che no, sono un impostore, perché diamine mi hanno assunta? Ho l’ansia
a duemila, non so cosa aspettarmi e aspetto di non svenire, di non perdermi. Sono
terrorizzata all’idea di non essere in grado di farcela, di perdermi nei
meandri di una situazione che non mi appartiene. Ho paura, sempre. E ho l’ansia
che mi sta fagocitando le viscere. E anche se da un lato sono contenta di
iniziare questa nuova esperienza, dall’altro non so davvero come farò a uscirne
viva. Perché è complicato e per la prima volta dopo tanto tempo stare da sola e
ricominciare da capo mi rende instabile.
Prima o poi ce la farò
a smettere di scrivere post depressi. Forse.
giovedì 25 febbraio 2016
Life sucks
Sono a Milano, in questa stanza dai contorni troppo
grandi e troppo vuota in un seminterrato in una zona che mica l’ho capito se è
tranquilla o no. La casa, un ricettacolo di personalità differenti, provenienze
diverse e attitudini completamente agli antipodi, raccoglie vagabondi e pazzi
che cercano un posto economico. E dire che l’ho trovata su Airbnb. Il mio mantra è “ci devo rimanere solo
due settimane, e sono già quasi passate”. Ce la posso fare, o almeno continuo a
ripetermelo, sono certa che prima o poi ci crederò anche io.
Milano, che ho visto solo attraversando la metro
da est a ovest e da sud a ovest, è grigia come dicono, inquietante e pervasa
dallo smog che ti stringe la gola, ti brucia i polmoni e non ti permette di
respirare. Ed è vero che Milano è sempre associata al Duomo ma nelle mie
piccole esplorazioni mi ha permesso di vedere anche altre cose. Per esempio il
castello e il parco che lo circonda e quel misto di strade piene di negozi e i
Navigli, quartieri residenziali e zone che sfiorano il degrado urbano. Milano
piena di contraddizioni e quelle situazioni da fighetti, che è tutta da bere.
Che una Corona 10 euro, perché avevano finito la Tennent’s (e col cavolo i
cocktail fruttati che sono super zuccherosi) all’aperitivo solo qui eh!
Ma dov’è che dovevo andare? Ah si, Firenze, beh
cancellato, lunedì ci hanno comunicato che a me e a un mio collega ci mandano a
Torino per due mesi, che c’è un super progetto importante e servono risorse e
non vi preoccupate che vi paghiamo tutto noi. Tra problemi che si risolvono
(che mica l’avevo trovata casa a Firenze) e altri che arrivano, sembra tutto un
movimento di forze positive e negative. Con l’influenza che ancora mi è rimasta
attaccata addosso, e le notizie catastrofiche che non smettono di arrivarmi
addosso, ho solo voglia di chiudermi in un guscio e non sentire più niente. E sono
qui, lontana chilometri e anche se vorrei partire e raggiungere la mia famiglia
che si sta raccogliendo tutta intorno a mia nonna, sono qui in questa Milano
grigia e solitaria. Anche se vorrei prendere il treno, mia Madre mi ha detto di
aspettare, di non farlo, di non muovermi, di guarire, di aspettare. E so già
che arriverò troppo tardi, che avrò perso l’occasione per salutare mia nonna,
che quando mi dirà qualcosa sarà troppo, incredibilmente tardi. Queste cazzo di
situazioni in bilico, con una scarpa in una valigia buttata ai piedi del letto
e la sensazione di perdere tempo, di non vedere la fine, di non esserci. E mentre
aspetto una lavatrice che concluda il suo ciclo di lavaggio, con la testa
pesante e la tosse che riecheggia mi rendo conto che la vita fa schifo, sempre
di più.
Etichette:
ansia,
dolore,
fallimento,
io,
John Mark Nelson,
lavoro,
Milano,
paura,
Torino
domenica 24 gennaio 2016
Sunday evening
E' domenica sera, i vetri della finestra appannati,
con un gelo persistente che non se ne va. Dovrei fare gli ultimi compiti di
inglese del corso, e invece sono qui a tergiversare, ad osservare lo schermo
del computer che si riempie di parole, con un libro aperto davanti, perché
senza libro non si vive, o almeno io non vivo e sto pensando che è quasi
finita, che sto per iniziare una nuova avventura di cui non so nulla, che
inizierà la vita vera lavorativa e che dovrò impegnarmi, che sto per partire di
nuovo, che è fatta e in qualche modo mi sta venendo l’ansia. Dovrò iniziare una
nuova routine e abbandonare i rapporti che ho costruito in tre mesi di
convivenza forzata, di lavoro massacrante su progetti e esercitazioni. Tra compiti
infiniti e abbigliamenti formali. E intanto ho l’ansia, di nuovo, perché
ricominciare da capo è sempre difficile, ma questa volta ho una carica in più,
anche se come sempre temo di non farcela, di deludere me stessa e chi mi ha
dato fiducia, perché si anche io soffro della sindrome
dell’impostore e spero di non mollare perché davvero mi nasconderei in un
angolo con le mani tra i capelli a piangere.
Etichette:
ansia,
io,
lavoro,
riflessioni,
the mindy project
Iscriviti a:
Post (Atom)



