Visualizzazione post con etichetta solitudine. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta solitudine. Mostra tutti i post

giovedì 14 gennaio 2021

Se solo avessi le parole

Se solo avessi le parole ti scriverei una di quelle lettere strappalacrime capaci di spezzare tutte le catene che di solito ci portiamo appresso.
Se solo avessi il coraggio ti confesserei questo amore cristallizzato nella mia noia e nella mia fragilità nascosta e mai condivisa. 
Se solo ci fosse la possibilità in questo momento non starei ferma in un posto, sarei già volata accanto a te per realizzare che probabilmente questo è solo un mio assurdo desiderio, una mera conseguenza di questa situazione senza capo né coda. 
C’è sempre questa latente sensazione, questo bramare cose che non abbiamo quando la stasi diventa troppo lunga. Questa sensazione di immobilità che deriva da questo lockdown che non finisce anche se si può uscire non ho più le forze, lo stimolo, la voglia. Vorrei solo stare sotto le coperte ed aspettare quando mi diranno “si è davvero finita”. Ogni giorno alzarmi dal letto diventa sempre più difficile, sempre più remoto, perché qual è la motivazione per affrontare ancora giorni tutti uguali, giorni che si ripetono attraverso la lente di ingrandimento dell’inizio della solitudine, della fine della nostra normalità. È come un attentato, lo scoppio di una guerra che cerca di risolvere dei conflitti e finisce solo per crearne di nuovi. 
E qui c’è solo tanta disperazione per la vita che si sfilaccia e il cerchio che si chiude. 

domenica 20 marzo 2016

I am not alone

A volte mi prosciugo nella sensazione di non esserci, di aver dimenticato davvero cosa significa star soli, spersi in un posto in cui neanche posso essere davvero me stessa, perché sono costretta a sottostare alle regole di un’altra persona, nella casa di un’estranea in cui non posso neanche utilizzare il mio bagnoschiuma preferito. E seppur so che è solo per un periodo, che devo stringere i denti, beh non ce la faccio. La soffro questa solitudine cristallizzata in momenti di inconsistenza, la soffro terribilmente. E ringrazio immensamente il telefono, il cellulare che è il prolungamento della mia mano perché mi sta salvando in momenti che davvero non avrei creduto.
E poi ho l’ansia a due miliardi, passo da stati di esaltazione ad altri di ansia liquida ad altri di paura, con il panico che mi coglie alle spalle e la sensazione di soffocare. Il mio lavoro mi sta entusiasmando. Perché per fortuna il mio supervisor è una bravissima persona che mi stimola a dare il meglio, con la spensieratezza e la giocosità tipica dei fiorentini, e l’aria di chi non ti guarda passivamente scivolare davanti ai suoi occhi. Ci metto il massimo, iniziando ad abituare la mia mente ad essere una dipendente di una multinazionale americana che si occupa di Post-Sales Services. Ed è qui che tutto si complica, che nonostante tutto non sono pronta per diventare adulta, per assumermi le responsabilità che un lavoro così serio comporta. Ho paura di toppare ad ogni cosa, e mantengo sempre un atteggiamento non committante, soprattutto per quanto riguarda cose che non so. E ripenso con una certa nostalgia ai tre mesi trascorsi ad Ariano Irpino, a quel mondo che mi ha formato e mi ha anche in qualche modo protetto, che in un certo senso mi ha spinta ad andare avanti. E sono qui, cercando di fare del mio meglio anche quando mi reputo una mezza calzetta.
E poi ho letto il discorso a TED di Reshma Saujani, CEO e fondatrice di Girls who code in cui parla proprio della mancanza di coraggio e sicurezza che affligge le donne quando si confrontano con un lavoro, come quello del programmatore informatico che ha bisogno di inventiva, di tentativi, di imperfezione e mi sono ritrovata a pensare di quanto io stessa mi freni nei confronti di una situazione che dovrebbe essere semplice.

“Programmare è un continuo processo fatto di prove ed errori, di tentativi di inserire la giusta linea di codice al giusto posto, dove spesso una parentesi in più o in meno segna la differenza tra successo e fallimento. Il codice si rompe e si sgretola, e spesso servono molti, moltissimi tentativi prima che arrivi il momento magico in cui ciò che stavi cercando di fare prende vita. Programmare richiede perseveranza. Richiede imperfezione.”

Ed è vero che siamo noi stesse a bloccarci, che non ci trinceriamo dietro l’incapacità di rischiare perché la paura del fallimento vince su tutto, si impossessa della nostra psiche paralizzandoci, evitando di buttarci nella mischia e finiamo così per perdere il treno che ci passa davanti. Sto cercando di buttarmi alle spalle i dubbi e le incertezze, ma è così maledettamente difficile superare la paura di fallire.
Spero di farcela, di non arrendermi, di superare le mie insicurezze croniche, perché realizzarmi professionalmente è ciò a cui aspiro di più.


Good coding.