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lunedì 27 aprile 2020

La sindrome dell’arto fantasma

Per caso ho sentito la tua voce, in un momento in cui pensavo che non l’avrei mai più ascoltata, in un momento in cui immaginavo che non avrei mai più sentito parlare di te. Non basta continuare ad avere il tuo nome in timeline con i tuoi memini da boomer, non basta scorrerti nelle notifiche degli altri, che tanto non serve a niente bloccare sui social network se non blocchi anche gli amici degli amici degli amici. C’è sempre il fianco lasciato scoperto per lo stalking. È come una ricaduta di influenza dopo che ti sembra di aver passato la fase acuta della malattia, un peggioramento improvviso che ti blocca i muscoli e ti cristallizza la mente. La sindrome dell’arto fantasma che si ripropone a intervalli regolari, quando ormai ti sembra di essere guarito del tutto, con tutte le ferite rimarginate, arriva il dolore, una fitta insostenibile che ti fa accasciare a terra e ti consuma gli organi di senso. Non è mai finita, anche quando lo sembra definitivamente. Chiudi i portoni e le finestre e poi ti dimentichi delle crepe sottilissime che si formano vicino agli infissi e gli spifferi entrano lo stesso, il freddo cristallizza i ricordi. 
È la noia, questa fase di stallo da quarantena perpetua, che mi fa stare con me, me medesima e me stessa, a rimuginare, ancora e ancora sulle stesse cose, sugli stessi atti ripetuti, in una routine fatta di incertezza e paure. Vorrei solo scappare dalla stasi, da questo momento in cui sembrano tutti far qualcosa di buono con la propria vita e a me sembra di sprecare tempo, di non star combinando niente, di essere ancora ferma a mesi fa, ancora prigioniera di me stessa. Vorrei scappare, davvero lo vorrei, ma al momento posso solo tirare grossi respiri e pensare a sopravvivere. Ci saranno tempi migliori. La pioggia smetterà di abbattersi sull’asfalto, uscirà di nuovo il sole. 




lunedì 5 febbraio 2018

Awkward heart

Ci si perde, facilmente, e la paura mi dilania. Di nuovo, come sempre, bloccata in un limbo disperata. Dopo una settimana da sogno in una delle mie città preferite, quella romantica Praga che nasconde innumerevoli segreti, mi ritrovo ancora una volta dilaniata da sentimenti contrastanti. Da un lato la normalità di ambire ad una persona che non avrò mai, perché ehi sta con un altra, e nonostante sorrisi e occhiate infuocate, che a questo punto immagino solo io, dall’altro l’entusiasmo per un uomo appena incontrato e che probabilmente non sentirò e non vedrò mai più. E in definitiva ancora e sempre limbo. 
E poi, e poi c’è quel senso di inadeguatezza che non mi abbandona mai. Il rimpianto di non aver fatto una telefonata quando serviva e la consapevolezza di una perdita, il lutto mal digerito per una donna che era come una nonna, anche con tutti i difetti di una vecchiaia solitaria e inimmaginabile. Al supermercato ho visto lo zucchero a velo che usava lei, che una volta mi aveva mandato a comprare alla coop per fare l’unica torta che le riusciva bene, e sono scoppiata in lacrime alla cassa. Basta talmente poco per destabilizzarci, basta un niente per cadere in un mondo di improvvisa irrealtà. Il 16 gennaio sembra così lontano eppure è così vicino. 





venerdì 3 marzo 2017

Death and all our friends

Ti renderò la strada meno incerta
Ragguaglierò i cantastorie dei tuoi incontrastati inciampi
Misurerò l'incanto dei tuoi passi trascinati nella polvere
Supererò la meraviglia che mi imprigiona dietro le mura dell'infamia.



Certe notizie non vorresti mai sentirle, e sarà che marzo è sempre stato fautore di sconvolgimenti emotivi clamorosi ma proprio non riesco a sopportarlo. Marzo preclude la concreta possibilità di riscattarsi, anzi continua a svalangarmi addosso pessime notizie. Perché non pensi mai che sia possibile e poi, tutto ad un tratto devi fare i conti, di nuovo, con la perdita. E fa male, incredibilmente, ogni volta. E quando ti arrivano le disgrazie inizi a pensare a quanto sia breve la nostra esistenza, a quanto, inevitabilmente la fine possa arrivare all’improvviso, senza fanfare e annunci. E non te ne capaciti, resti incredibilmente attaccato alla possibilità che sia tutto uno scherzo. L’altra notte è venuto a mancare (che brutta espressione, incapace di coinvolgere, di descrivere appieno l’evento terribile che si abbatte su una famiglia, una comunità, un gruppo), un amico carissimo, uno di quelli con cui condividi tanto. Un pezzo del mio paese, una di quelle figure mitiche che non puoi dimenticare che rimane indissolubilmente attaccata a innumerevoli ricordi, tantissime estati, chiamate d’emergenza e aiuto incondizionata. Un uomo buono, l’incarnazione del sacrificio e del lavoro, l’immagine sempre riconoscibile di una fedeltà incrollabile. I gesti, che si ripetevano lenti, una professionalità straordinaria, un talento straordinario. La morte in fondo fa parte della vita, ma quando arriva così all’improvviso, ti distrugge, ti annienta, ti scaraventa nel panico. Eppure l’incedere lento del tempo sana, ogni ferita, anche quando ti stritola il cuore, e ti toglie pace e ti annienta il cuore. Perché nonostante faccia parte della vita, non si riesce mai ad accettarla. 




giovedì 14 aprile 2016

Elegia a mia nonna

Lunedì sera stavo tranquillamente aggiornando il blog, togliendo cose inutili e anzi stavo per chiudere tutto che il giorno dopo dovevo svegliarmi presto per andare a lavoro. Mi è arrivato un messaggio che non ho letto subito perché pensavo fosse una mia amica con cui stavo chattando e poteva aspettare qualche minuto. E invece no. Era quella notizia che in fondo mi aspettavo da un po’ ma non avrei mai voluto ricevere, perché sai speriamo sempre che le persone che amiamo restino con noi in eterno, crediamo che siano immortali, immuni al tempo che passa, alla stanchezza, alla vecchiaia, al dolore. Ci svegliamo ogni mattina con la convinzione che troveremo quelle stesse persone sempre al nostro fianco, quelle persone che sono la nostra famiglia e ci hanno amato e protetto da sempre. Eppure purtroppo non è così, se ne vanno, fin troppo presto. Scivolano via per lasciarci con l’amaro in bocca a domandarci perché. Eppure la morte, perché è questo che ci ha colpiti, eppure la morte è una cosa naturale, che investe la nostra esistenza quotidianamente. Ma non vogliamo credere che colpisca proprio noi.
E seppure ora ho la consapevolezza che la nostra adorata nonna abbia smesso di soffrire, e sia da qualche parte libera, pure accettarlo è difficile. Me la immagino in un giardino a raccogliere le arance, a mangiare prugne e albicocche. Ed è questo che voglio fare, mantenere tutti quei ricordi felici che abbiamo costruito insieme, quei ricordi che sono nei nostri cuori, quei ricordi che indissolubili serberemo per sempre.
E penso a tutti i meravigliosi insegnamenti che ci ha lasciato, che donna forte e straordinaria sia stata la nonna, che persona caparbia, intelligente, gentile. E penso a come tutto assuma tinte diverse a ragion veduta, ma che in fondo ognuno di noi, ogni donna della nostra famiglia abbia preso esempio da lei, da una donna che ha vissuto a lungo senza smettere di conservare il suo affetto per noi. E anche se non ho vissuto con lei la quotidianità della vicinanza, perché a centinaia di chilometri di distanza, pure ogni volta ci ha regalato tempo e sorrisi, il suo entusiasmo per ogni nostro successo, il suo sostegno per le lunghe fasi di stallo. “Le cose si aggiustano” e si sono aggiustate davvero.
Sono grata per ogni festa insieme, per quei pranzi che io e mia sorella ci sognavamo con le pallottole, le cotolette, la parmigiana “che come le fa la nonna Edda nessuno”. Sono grata per il tempo che ci è stato concesso in quella condivisione limitata nel tempo, forse, ma forte nell’affetto. E restiamo noi a conservare memoria dei momenti trascorsi insieme, restiamo noi ad assaporare battute e smorfie, detti e fatti raccontati con la voglia di sentirla sempre vicina. Restiamo noi a non perdere nei cuori una mamma, una nonna, una sorella, una donna che non hai mai smesso di soffrire ma neanche di sostenerci, nei momenti belli e in quelli meno belli.
E ogni volta che avrò le mani fredde penserò alle sue, ogni volta che mangerò una cotoletta di mozzarella non sarà mai come la sua, ogni volta che mi capiterà di fare un cruciverba penserò a lei, ogni volta che vedrò un torroncino Strega penserò a lei, ogni volta che chiuderò gli occhi non smetterò mai di ricordare il suo esempio.




Dopotutto per le menti ben organizzate
la morte
non è altro che la prossima grande avventura.
Harry Potter e la Pietra Filosofale
J.K. Rowling

lunedì 21 marzo 2016

Lotta intestina

Oggi è la giornata mondiale della poesia, salutando Alda Merini, io la festeggio con questa


Abiti strappati
atti inconsulti
grida rauche contro il cielo
sedicenti profumi intrappolati
ansiti convogliati da membra spente
mani intrecciate
braccia tremanti
spasmi inconsulti
brevi atti di clamore
ignara consapevolezza di beltà
progredire o arretrare
muoversi o abbandonarsi
lotta intestina di una notte. 

giovedì 25 febbraio 2016

Life sucks

Sono a Milano, in questa stanza dai contorni troppo grandi e troppo vuota in un seminterrato in una zona che mica l’ho capito se è tranquilla o no. La casa, un ricettacolo di personalità differenti, provenienze diverse e attitudini completamente agli antipodi, raccoglie vagabondi e pazzi che cercano un posto economico. E dire che l’ho trovata su Airbnb. Il mio mantra è “ci devo rimanere solo due settimane, e sono già quasi passate”. Ce la posso fare, o almeno continuo a ripetermelo, sono certa che prima o poi ci crederò anche io.
Milano, che ho visto solo attraversando la metro da est a ovest e da sud a ovest, è grigia come dicono, inquietante e pervasa dallo smog che ti stringe la gola, ti brucia i polmoni e non ti permette di respirare. Ed è vero che Milano è sempre associata al Duomo ma nelle mie piccole esplorazioni mi ha permesso di vedere anche altre cose. Per esempio il castello e il parco che lo circonda e quel misto di strade piene di negozi e i Navigli, quartieri residenziali e zone che sfiorano il degrado urbano. Milano piena di contraddizioni e quelle situazioni da fighetti, che è tutta da bere. Che una Corona 10 euro, perché avevano finito la Tennent’s (e col cavolo i cocktail fruttati che sono super zuccherosi) all’aperitivo solo qui eh!

Ma dov’è che dovevo andare? Ah si, Firenze, beh cancellato, lunedì ci hanno comunicato che a me e a un mio collega ci mandano a Torino per due mesi, che c’è un super progetto importante e servono risorse e non vi preoccupate che vi paghiamo tutto noi. Tra problemi che si risolvono (che mica l’avevo trovata casa a Firenze) e altri che arrivano, sembra tutto un movimento di forze positive e negative. Con l’influenza che ancora mi è rimasta attaccata addosso, e le notizie catastrofiche che non smettono di arrivarmi addosso, ho solo voglia di chiudermi in un guscio e non sentire più niente. E sono qui, lontana chilometri e anche se vorrei partire e raggiungere la mia famiglia che si sta raccogliendo tutta intorno a mia nonna, sono qui in questa Milano grigia e solitaria. Anche se vorrei prendere il treno, mia Madre mi ha detto di aspettare, di non farlo, di non muovermi, di guarire, di aspettare. E so già che arriverò troppo tardi, che avrò perso l’occasione per salutare mia nonna, che quando mi dirà qualcosa sarà troppo, incredibilmente tardi. Queste cazzo di situazioni in bilico, con una scarpa in una valigia buttata ai piedi del letto e la sensazione di perdere tempo, di non vedere la fine, di non esserci. E mentre aspetto una lavatrice che concluda il suo ciclo di lavaggio, con la testa pesante e la tosse che riecheggia mi rendo conto che la vita fa schifo, sempre di più. 



lunedì 19 ottobre 2015

Pagine di un diario sepolto…




Respirare diventa sempre più difficile. Camminare implica la contrazione di troppi muscoli che spesso e volentieri si sono atrofizzati per il troppo rimanere immobili. Gesti che sembravano comuni e facilmente replicabili si scontrano contro una quotidianità pericolosa e intransigente che consuma pagine grigie e commozioni violente, scoppi di grida e torrenti di lacrime.
Cede sempre un nuovo passo all’orizzonte che resta immobile e irraggiungibile condensato in una linea rosso sangue, un taglio netto e doloroso che continua a bruciare quando toccato. Niente è come sembra, solo attimi infuocati che si consumano spietati nell’ora che tramonta instabile. Gente insaziabile che gira per le strade immonde e bugie luccicanti di vergogna tra vecchi edifici pericolanti.  Crollare, bruciare, essere irraggiungibili come dentro un alito incartapecorito dal disuso, quando il vento sembra dimenticare tutto.
Gente che tracima gli argini costruiti con precisione maniacale intorno al cuore, fragile muscolo che si può spezzare con una facilità disarmante anche più di una volta nell’arco dell’esistenza umana. Un pugno che gli si stringe attorno e lo distrugge con una precisione da chirurgo.

A volte così la solitudine diventa l’unica compagna possibile per proteggersi da pensieri inconcludenti e scintille crudeli. Spazi troppo vasti per essere contenuti dietro mattoni di cera, si aprono dietro cavalli che non si fermano e volute di fumo simmetriche. Generano rancori e ire irrichieste, schiamazzi di vita in un limbo di aberrazioni insorte dietro esseri divergenti, che si allontano dalla massa spietata di bugie già raccontate ma riproposte con una nuova maschera e il vestito della festa. Serie osservazioni con un paio di forbici che segano la notte fluida e incolore.