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sabato 9 aprile 2016

I cannot live in fear

L’altra sera stavo messaggiando con a friend of mine e mi ha chiesto “Che fai stasera?” e io gli ho risposto “Sono a casa, mi guardo un film, che sono a Firenze, non mi sembra saggio uscire da sola, la sera”. Poi leggo un post di Mirya sulla sua pagina facebook e mi rendo conto che non possiamo vivere nella paura di fare le cose, non possiamo crogiolarci nell’angoscia di uscire di casa e non poter fare quello che ci piace, quello che amiamo perché temiamo che possa succederci qualcosa di brutto. È assurdo che io perché donna, perché “sesso debole”, perché il mio no non viene considerato come tale debba essere costretta a rinchiudermi in casa, a nascondermi da una città che vorrei scoprire e vivere. E bisogna sempre essere prudenti, pensare a quello che si dice e come lo si dice, perché si, insomma, la gente potrebbe pensar male. Ed è inconcepibile che ancora non ci sia l’educazione a un rispetto che svincoli dai pregiudizi, che sia edulcorato dalla improbabile forma mentis di generazioni su generazioni di maschilismo estremo. E mi addolora sapere che sono le donne le prime nemiche di loro stesse, che sono loro a subire le conseguenze di comportamenti meschini e intransigenti, che debbano chinare la testa e perdersi in strade inesplorate, col rischio di essere fagocitate. Dobbiamo avere cura di noi stesse, avere il coraggio di non subire passivamente, di far rendere conto a chi ci circonda che siamo libere di agire come vogliamo, alla ricerca di una realizzazione personale che esula da qualsiasi costrizione.

Non possiamo vivere nella paura.



Le ragazze fanno grandi sogni
forse peccano di ingenuità
ma l’audacia le riscatta sempre
non le fa crollare mai.








sabato 19 dicembre 2015

Stand up for all

Lo chiamano life style, lo chiamano  blog, lo chiamano in tanti modi diversi, ma alla fine è solo aprire un foglio, in format web e gettare nel mare della rete parole, parole che restino, che non si lascino scivolare via, con quell’atmosfera sognante da film dell’orrore. Troppi silenzi, troppo tacito menefreghismo, troppa indifferenza in un mondo che ci fagocita lentamente e inesorabilmente che si perde nel mare della sofferenza tra indicibili soprusi ormai largamente accettati come “normali”.
Diventa allora impressionante scoprire come in certi paesi, apparentemente civilizzati accadano cose orribili, con statistiche altissime. E diventa allora ancora più importante condividere un video come questo. Un video per Care Norway dell’agenzia Schjaerven diretto da Swede Jakob Ström che apre gli occhi, in maniera anche abbastanza forte.





Dear Daddy,
I just wanted to thank you for looking after me so well, even though I'm not yet born. I know you already try harder than Superman; you won't even let mummy eat sushi!
I need to ask you a favor. Warning: It's about boys.

Because, you see, I will be born a girl, which means that by the time I'm 14, the boys in my class will have called me a whore, a bitch, a cunt, and many other things. It’s just for fun, of course. Something that boys do. So you won't worry, and I understand that. Perhaps you did the same when you were young, trying to impress some of the other boys. I’m sure you didn’t mean anything by it.
Still some of the people some of the people won’t get the joke and funnily enough it isn’t any of the girls, it’s some of the boys.

So by the time I turn 16, a couple of the boys will have snuck their hands down my pants while I’m so drunk I can’t even stand straight. And although I say no, they just laugh. It’s funny, right? If you saw me, Daddy, you would be so ashamed ... because I’m wasted.
No wonder I’m raped when I’m 21, 21 and on my way home in a taxi driven by the son of a guy you went swimming with every Wednesday. The guy who always told insulting jokes but they were of course only jokes so you laughed. Had you known that his son would end up raping me you would have told him to get a grip. But how could you know, he was just a boy, telling weird jokes and in any case it wasn’t your business. You were just being nice. But his son, raised on these jokes becomes my business.

Then finally I meet Mr Perfect and you are so happy for me Daddy because he really adores me. And he’s smart with a great job and all through the winter he goes cross country skiing three times a week just like you. But one day he stops being Mr Perfect and I don’t know why. Wait. Am I overreacting? One thing I do know, I am not the victim type. I am raised to be a strong and independent woman. But one night it is just all too much for him with work, and the in-laws and the wedding coming up, so he calls me a whore, just like you called a girl a whore in middle school once.

Then another day he hits me. I mean I’m way out of line, I can really be a bitch sometimes. We’re still the world’s greatest couple and I’m so confused, because I love him and I hate him and I’m not sure if I really did something wrong and then one day he almost kills me. It all goes black, even though I have a pHd, a fantastic job, I’m loved by my friends and family, I am well brought up. But nobody saw this coming.
Dear Daddy, this is the favor I want to ask: One thing always leads to another so please stop it before it gets the chance to begin. Don’t let my brothers call girls whores because they’re not. And one day some little boy might think it is true. Don’t accept insulting jokes from weird guys by the pool or even friends because behind every joke there is always some truth.

Dear Daddy, I know you will protect me from lions, tigers, guns, cars and even sushi without even thinking about the danger to your own life.
But Dear Daddy, I will be born a girl. Please do everything you can so that won’t stay the greatest danger of all.


venerdì 24 luglio 2015

#NESSUNASCUSA

A volte devi uscire dal tuo piccolo mondo annaspando e ritrovarti a riflettere su fatti che vanno oltre te, ma che in effetti riguardano anche te. Sono una ragazza di ventisei anni, e necessariamente devo fare i conti con un mondo ancora perversamente costituito da contraddizioni maschiliste e patriarcali, in cui un giudice, finisce per considerare irrilevante la denuncia di una ragazza di uno stupro di gruppo perché disinibita, libera, con una propria sessualità che non era repressa ma vissuta con la spensieratezza di chi sta bene nella propria pelle, e non ha bisogno di nascondersi dietro nessun falso perbenismo. Se leggete la sentenza di assoluzione in appello dei sei accusati per stupro di gruppo vi si accappona la pelle, con l’indomita declinazione della responsabilità sulla donna, che si era ubriaca ma consenziente, che non si è difesa abbastanza, che non si è lasciata prendere la mano da niente. Non voglio neanche commentare, perché d’altronde non ho gli strumenti per farlo, e altri hanno posto l’attenzione su ciò che è più raccapricciante quello che voglio fare è unire la mia voce al coro, prendere questo post e far risuonare lo sdegno che mi avvolge leggendo fatti che non dovrebbero far parte del nostro quotidiano.
Mi rifiuto di pensare che sia così facile mettere a tacere una ragazza, che ha vissuto un calvario fatto di scrutini minuziosi alla sua psiche, mentre gli accusati venivano strenuamente difesi dalle famiglie ben pensanti, incapaci di  riconoscere che i loro figli, cresciuti nel loro seno, erano colpevoli di un tale abominio. Che si differenzia che loro sono italiani, come se la loro nazionalità li proteggesse dall’accusa, come se il colore della loro pelle e il luogo in cui sono nati cancellassero la colpa, colpa di un reato, che ha distrutto la vita di tante donne, che sono state ingiustamente tacciate di essere “zoccole” perché hanno “invitato” l’uomo a mettere loro le mani addosso.
Io non lo so cosa a provato la ragazza di Firenze, né le tante altre prima e dopo di lei che hanno vissuto un tale orrore. Non lo so, e con un certo egoismo, spero di non provarlo mai, ma che si manchi in una tale misura di RISPETTO a una donna che è stata violentata mi riempie di raccapriccio. “Si è trattato di un raptus”, “era ubriaco”, “era malato”, “era geloso”, “lei si è messa una minigonna”, “lei aveva una scollatura pazzesca”, “lei ha ammiccato”, “lei ha accettato un drink”, “lei non ha ubbidito”. Lei, lui, accuse, recriminazioni, incertezze, luoghi comuni. È ora di finirsela, è ora che l’uomo che compie atti di violenza paghi le conseguenze dei suoi gesti, è ora che una donna  sia libera di girare con pantaloncini inguinali, trucco vistoso e tacchi alti senza la riprovevole accusa di essere “una facile”, “una che ci sta”. È ora che il “NO” di una donna, urlato o sussurrato in preda alla paura, sia accettato per quello che è, un “NO” ad un atto che se non consensuale è VIOLENZA.
Non possono esserci scuse ad un atto del genere, non possono cadere l’educazione, il rispetto, il sostegno ad una donna lesa nella propria intimità, qualsiasi sia il suo credo, la sua età, la sua personalità, il suo modo di fare, il suo modo di abbigliarsi.
Poi leggi una lettera del genere e ti rendi conto che lei, lei quella ragazza, è stata violentata due volte, e nessuno, nessuno, nessuno potrà restituirle quello che ha perso, quello di cui l’hanno privata: il suo diritto a dire no, il suo diritto di denunciare l’atto, il suo diritto a vedere giustizia fatta.
E allora mi sembra doveroso, in un qualche modo, far sentire il sostengo a chi come quella ragazza, si è vista privare di tutto. Mi sembra necessario far sentire la voce di chi crede che non esistono giustificazioni allo stupro, che chi viola una donna o uomo, che insomma chi fa violenza deve pagare, in un mondo in cui la giustizia funziona a dovere. E allora mi unisco alla foto petizione di Rete della Conoscenza contro ogni tipo di stereotipo e discriminazione, contro quelle dicerie e pregiudizi che condizionano la nostra società. Per un mondo migliore, perché non esiste #NESSUNA SCUSA. 


Al milionesimo selfie non riuscito ci ho rinunciato.
Sorry so che volevate vedere il mio faccione!