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martedì 8 gennaio 2019

Abbracci dimenticati

Niente supera la delusione di quando scopri che tutti si innamorano come tutti. Cioè come idioti. Pure Luca Ardenghi. 
L'amore è eterno finché non risponde - Ester Viola


Quando ho sciolto l'abbraccio ho capito di averti perso per sempre. Se guardo indietro vedo solo una distesa lunghissima di niente. Ho perso sostanzialmente su tutta la linea. Mi sono resa conto di non essere importante per nessuno. Che un giorno sei fondamentale e quello dopo non lo sei più. Che in fondo ogni atto di gentilezza è tanto effimero quanto inutile. Perdersi in quel mondo che sembra perfetto e che invece è il ripiego per scelte non prese per indagini non affrontate, confronti non alimentati è troppo facile, troppo scontato.  Hai perso già in partenza, quando sei rimasta in sospeso nel limbo di un sentimento cauterizzato, disseminato di intralci, di sospesi, di aberrazioni soffocate e disprezzate. Ci sono giorni insostenibili, dove il peso delle cose da fare è troppo pesante, dove le scelte che compiamo si frangono di fronte alla prospettiva che le forze a disposizione sono quelle, insufficienti a depennare le influenze e le decisioni. È un mare che diventa inchiostro, un ordine di idee che distrugge, che frantuma, che incrina. Passi decisi verso la sensazione di perdita e insofferenza. E anche se cerco di aggrapparmi alla consapevolezza che c’è di più, che in fondo siamo la somma dei nostri pregi e dei nostri difetti, siamo in definitiva la somma algebrica del nostro passato e del nostro presente, è comunque troppo poco. Come quando cerchi il punto di equilibrio di un poliedro irregolare, che non sai su quale lato appoggiarlo, così la nostra vita, un intenso ciclone che fagocita tutto. Ma sta a noi trovare il nostro baricentro, cercare i punti nello spazio che ci aiutano a sedimentare le paure e le incongruenze, a settare l’esistenza nella giusta direzione. Siamo punti di una stessa rete, incastri che si amalgamano per essere sereni. E io non ho ancora trovato la rete giusta. 

venerdì 22 luglio 2016

New town, new life

Torino ha il fascino antico di una città dalla pianta romana, così diversa dalla tipica pianta a cipolla dei borghi medievali che popolano le mie adorate colline. Torino è viva come lo può essere una città cosmopolita che cerca di adattarsi al momento storico che vive, con una folla di giovani, turisti e gente venuta all’avventura. I torinesi “falsi e cortesi”, dicono, eppure ancora non ne ho visto uno di torinese, stando chiusa incessantemente in uno dei palazzi storici del centro, a poche centinaia di metri da piazza Castello. Mercoledì sono uscita alle dieci dall’ufficio, con la consapevolezza che lavorare come consulente significa stare lì e battere sul ferro finché è caldo. Eppure come al solito mi trovo in un nuovo ambiente, completamente spaesata, a cercare di rimettere in fila i pezzi, senza competenze specifiche, senza le conoscenze bancarie che proprio non ho, perché ehi in fondo sono un ingegnere biomedico.
“Come sei arrivata qui?” “No comment” è stata la risposta di oggi al ragazzo che me lo ha chiesto. Come lo spieghi che trovare lavoro è difficilissimo e che per necessità finisci per accontentarti di qualsiasi cosa? Che poi alla fine non mi sono accontentata perché quello che faccio mi entusiasma anche se in questo momento sto un po’ arrancando. Ma è incredibile vedere come si gestisce una banca, come si mette su il motore che la fa funzionare, e sapere che stai contribuendo a farla andare avanti.
Eppure sono qui che combatto da quando sono arrivata con un cavolo di software che non vuole girare, con excel da riempire e io odio excel e la consapevolezza di essere l’unica donna in un team declinato tutto al maschile. L’altro giorno si andava avanti a suon di battutacce di un maschilismo che davvero ero basita, ma ho cercato di ignorare tutta la situazione, perché ehi sono l’ultima arrivata, e c’era il boss del cliente che ci paga e io davvero non potevo dire nulla. Un altro tipo se n'è uscito “Stavo discutendo con il responsabile delle filiere per inserire questo attributo, ma mi ha segato” “Perché non hai insistito?” gli hanno chiesto, “No era una donna, mi sono tirato indietro” come se una donna non fosse una persona con cui discutere e con cui raggiungere il compromesso più adeguato. Questi pregiudizi radicati in una mentalità gretta, in cui il tecnico è solo un uomo e una donna non può fare l’informatico perché non ne è in grado, deve finire. Ieri sono andata a consegnare gli excel finiti dal cliente sorridendo, e uno dei tipi mi ha detto "Se arrivi sorridendo così è si a prescindere", io ho continuato a sorridere, ho consegnato quello che dovevo e me ne sono andata.
Perciò non solo il progetto è un treno in corsa su cui devo saltare a bordo al volo perché non si ferma per me e con mille scadenze che io davvero non so come faremo a rispettare, considerando che abbiamo perso un botto di tempo stamattina per una riunione in cui abbiamo parlato di fluffa!, ma devo anche farmi forza, farmi il culo e dimostrare che sono capace quanto gli altri, che posso allinearmi e in frettta, perché in fondo io ce la posso fare, spero, anche in un mondo di uomini.



Torino, Piazza Castello