Ci credi che è volato un altro anno e quasi non riesco a percepirne appieno le conseguenze? Ma ci rendiamo conto che è quasi un anno in cui lavoro senza la sua ombra malvagia e non riesco a capacitarmene e a riconciliare la mia immagine attuale con quella dello scorso anno? Vero, non riesco a farlo a prescindere, con quello che sta succedendo in questo 2020 che davvero ci ha portato via tanto, tantissimo, ma personalmente mi ha dato tanto, tantissimo. Dovevo scontarla in qualche modo la libertà, pagando con altra moneta di scambio. “If you gain some, you lose some” perché ci deve essere sempre un equilibrio nelle forze cosmiche. Ma non riesco a fare i conti con la disperazione che mi aveva assalito lo scorso anno al rientro dalle mie ferie in cui emotivamente ero a pezzi con la voglia di buttare tutto per aria, un lavoro che mi stava portando via pezzi di lucidità e salute. Eppure alla fine sono ancora nello stesso punto a macinare le stesse incomprensibili spiegazioni al perché posso resistere ancora un po’ mentre cerco di meglio. Non so cosa mi abbia spinto a non demordere, una buona dose di caparbietà, la consapevolezza che senza uno stipendio non posso vivere da sola, e che a Torino in fondo ci sto bene. Non so quest’anno mi ha presentato una diversa prospettiva su me stessa e sul mondo, mi ha regalato nuove ansie e frustrazioni, tanti abbracci che non avrei mai pensato di dare, innumerevoli notti e insonni e nuovi modi per combattere la noia. Ma allo stesso tempo, in questo momento, vorrei poter fare una valigia e andarmene. Dove non lo so, che stiamo messi tutti nello stesso modo, con la sensazione di non uscirne mai più e l’inevitabile senso di isolamento che imperversa imprescindibile nelle nostre vite. E allora sono ancora intrappolata tra le mura del mio monolocale con il disegno di Kim Seokjin che mi fissa negli occhi con il suo intramontabile fascino.
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mercoledì 4 novembre 2020
giovedì 27 agosto 2015
Come un pezzo di ceramica
Odio la vile prudenza che ci agghiaccia e lega e rende incapaci di ogni
grande azione, riducendoci come animali che attendono tranquillamente alla
conservazione di questa infelice vita senz'altro pensiero.
G. Leopardi
Mi sento come un pezzo
di ceramica, resistente, resiliente, un biomateriale sotto molti aspetti,
capace di adattarsi al luogo in cui viene posto, ma che basta un colpo ben
assestato per distruggerlo. Ecco se proprio dovessi paragonarmi a qualcosa mi
paragonerei ad un vaso di ceramica, che viste le fattezze mi rappresenta al
meglio. Sono intrinsecamente fragile, un osso che cresce e si sviluppa, crea la
sua colonia, ma basta un niente, una caduta, per rompere.
Nonostante mi sia
abituata a tante cose, nonostante abbia anche afferrato il concetto che non
posso e non devo starmi a crogiolare nell’autocommiserazione, pure credo di non
essere capace di uscire da quel circolo vizioso che mi avviluppa i pensieri.
Oggi riflettevo su
quanto poco basti per distruggere un equilibrio fatto di consuetudini, che ad
ogni azione corrisponde una reazione, quella terza legge della dinamica
che arriva a mordere la coda di ogni passo, in qualsiasi direzione. Ed è più
facile far del male che far del bene, che noi siamo prima di tutto degli
egoisti, che ci muove, che ci spinge ad arraffare un pezzo di felicità
imprevista e fuggevole. Eppure mi guardo intorno e vedo solo una crudeltà
gratuita, un istinto ad urtare il prossimo e a privarlo di quella chance alla
felicità che ostinatamente si va cercando. Ed è assurdo fermarsi a questo stato
di inciviltà che ci priva del nostro essere animali dotati di intelligenza. Si
tratta sempre di una guerra spietata, un odio feroce, un istinto ignobile.
L’umanità a volte fa davvero schifo.
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| Vaso di ceramica cretese |
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