lunedì 27 giugno 2022

Il consulente

Il lavoro del consulente è un’attività stressante, che mal si coniuga con persone che tendono a scoppi di ira incandescente e alla mancanza di compromesso. È una continua ricerca della frase giusta da pronunciare, dell’atteggiamento più consono da tenere, del vestito più adeguato da indossare. Il consulente è un equilibrista che si muove sugli umori del cliente, un funambulo che fa della crisi un momento in cui riscoprire nuove capacità dialettiche. Il consulente non deve neanche essere particolarmente geniale o innovativo, molto spesso ciò che conta sono le sue capacità di adattamento, il suo lavorare senza sosta, la sua voglia di vincere. Pare che i consulenti siano degli squali senza scrupoli, quasi peggio degli avvocati, che pur di accaparrarsi la commessa migliore non si lasciano scoraggiare da niente, si impegnano per cercare di emergere nella luce migliore. È tutto un dare e avere, un intreccio di relazioni, di stima reciproca. È un lavoro che molti intraprendono per ripiego, perché fare orari massacranti, avere a che fare con persone isteriche non è proprio l’aspirazione di tutti, ed è inevitabile che prima o poi si cambi, ma è anche estremamente stimolante, sempre diverso, sempre unico. Essere un consulente è più una questione mentale che un lavoro, perché deve interessare ogni aspetto della vita, il che la rende un’attività sfinente. È una lunga corsa alla sopravvivenza, un mettere un piede dietro l’altro per arrivare a fine giornata senza perdere pezzi della mia sanità mentale. Gli ultimi mesi sono stati una straziante lotta a chi arriva prima alla meta, un tira e molla per portare a casa i risultati richiesti, un’estenuante battaglia al compromesso per non farci cacciare dal progetto. Fare il consulente è una guerra costante al raziocinio, un continuo evocare scorte di pazienza, che speri sempre si moltiplichino, invece di scomparire e prosciugarsi per sempre. È una corsa agli ostacoli, un raffinarsi dell’arte del far credere all’altro che ha avuto le idee migliori, quando in realtà sono le tue. Un consulente è un equilibrista sul mood del suo referente interno, una partita a Risiko, dove la scacchiera sono le scelte progettuali.

martedì 14 giugno 2022

Forse dovrei smetterla di leggere ff

Ieri sera ho letto una storia in cui uno dei protagonisti decide di trasferirsi in Australia con il suo partner, la relazione fallisce e quando si ritrova da solo, senza una vera rete, con gli amici lontani, senza famiglia, inizia a pensare "se mi ammalo e dovessi fare la chemio chi mi accopagnerebbe in ospedale? chi mi starebbe vicino?" che mi ha lasciata completamente sconvolta perché era una cosa a cui non avevo mai pensato e ho iniziato a paranoiarmi. 

Sono anni che vivo da sola lontana dalla mia famiglia e anche se ho delle amiche speciali vicino a me ho iniziato a pensare che in realtà non c'è nessuno che chiamerei davvero perché mi sembrerebbe di essere inopportuna, di invadere, di chiedere troppo. Ho visto con i miei occhi cosa può fare la malattia, quest'anno ne sono stata toccata di nuovo ed è stato devastante e non l'ho neanche vissuto in prima persona. Mi viene da piangere a pensare di dare questo peso a qualcuno. Anche darlo alla mia famiglia, soprattutto ora che ne sono così lontana. Quando sto male cerco sempre di minimizzare, minimizzo qualsiasi cosa pwd proteggere chi amo. Penso ai miei e mi dispero già per quello che succederà nei prossimi mesi e la mia testa è così sottosopra che non riesco neanche a tenere le fila di me stessa. Leggere una storia con dei pensieri del genere mi ha spezzato il cuore e mi ha sconvolto ancora di più. Mi sento incredibilmente sola. Pur apprezzando tantissimo la libertà e l'indipendenza di vivere in un posto che posso chiamare mio, senza dover dar conto a nessuno con i miei ritmi e le mie scelte, pure mi sento devastata dalla consapevolezza che sono sola. Adesso più di prima. Forse l'isolamento di qualche settimana fa mi ha dato molto la misura della solitudine e se pensavo di averla abbracciata appieno adesso non lo so. Questa domanda "se dovessi fare la chemio chi chiamerei ad accompagnarmi in ospedale?" ha spalancato ancora di più una voragine che mi consuma dentro, che si rivolta contro me e la mia inconcludezza. Perché forse è vero che sono io che non riesco a rimanere accanto agli altri, sono io che cerco di preservare la mia bolla prossemica e poi finisco abbattuta da una riflessione del genere che ho letto in una fanfiction. Effettivamente forse dovrei smetterla di leggerle. Per fortuna nella storia c'è un happy ending. Spero che ci sia anche nella mia. 

martedì 19 gennaio 2021

Adesivi

Credi di sapere dove ti porteranno queste scale e la fatica che si dirama dalle tue gambe sfregiate dal cammino, i tuoi piedi abbandonati nel parcheggio. Eppure continui a immaginare il rumore della tua felicità che torna a trovarti calda e sofisticata in mezzo alla palude che accoglie i tuoi sospiri. 
Sono di quelle che non aprono i pacchi degli adesivi per paura di finirli, rovinarli, distruggerli. Li conserva in eterno finché non smettono di avere senso, e a quel punto non li usi perché non ti rappresentano più, non hanno al loro interno il significato implicito che racchiudevano quando li hai comprati. E cosa te ne fai di adesivi del genere? Te ne sbarazzi. E alla fine hai perso un'occasione.
Si dice che c'è sempre una via di uscita, devi solo avere la lucidità di trovarla. A me non resta che aprire la porta e rendermi conto che era solo tutto nella mia testa. 




giovedì 14 gennaio 2021

Se solo avessi le parole

Se solo avessi le parole ti scriverei una di quelle lettere strappalacrime capaci di spezzare tutte le catene che di solito ci portiamo appresso.
Se solo avessi il coraggio ti confesserei questo amore cristallizzato nella mia noia e nella mia fragilità nascosta e mai condivisa. 
Se solo ci fosse la possibilità in questo momento non starei ferma in un posto, sarei già volata accanto a te per realizzare che probabilmente questo è solo un mio assurdo desiderio, una mera conseguenza di questa situazione senza capo né coda. 
C’è sempre questa latente sensazione, questo bramare cose che non abbiamo quando la stasi diventa troppo lunga. Questa sensazione di immobilità che deriva da questo lockdown che non finisce anche se si può uscire non ho più le forze, lo stimolo, la voglia. Vorrei solo stare sotto le coperte ed aspettare quando mi diranno “si è davvero finita”. Ogni giorno alzarmi dal letto diventa sempre più difficile, sempre più remoto, perché qual è la motivazione per affrontare ancora giorni tutti uguali, giorni che si ripetono attraverso la lente di ingrandimento dell’inizio della solitudine, della fine della nostra normalità. È come un attentato, lo scoppio di una guerra che cerca di risolvere dei conflitti e finisce solo per crearne di nuovi. 
E qui c’è solo tanta disperazione per la vita che si sfilaccia e il cerchio che si chiude. 

mercoledì 4 novembre 2020

If you gain some, you lose some

Ci credi che è volato un altro anno e quasi non riesco a percepirne appieno le conseguenze? Ma ci rendiamo conto che è quasi un anno in cui lavoro senza la sua ombra malvagia e non riesco a capacitarmene e a riconciliare la mia immagine attuale con quella dello scorso anno? Vero, non riesco a farlo a prescindere, con quello che sta succedendo in questo 2020 che davvero ci ha portato via tanto, tantissimo, ma personalmente mi ha dato tanto, tantissimo. Dovevo scontarla in qualche modo la libertà, pagando con altra moneta di scambio. “If you gain some, you lose some” perché ci deve essere sempre un equilibrio nelle forze cosmiche. Ma non riesco a fare i conti con la disperazione che mi aveva assalito lo scorso anno al rientro dalle mie ferie in cui emotivamente ero a pezzi con la voglia di buttare tutto per aria, un lavoro che mi stava portando via pezzi di lucidità e salute. Eppure alla fine sono ancora nello stesso punto a macinare le stesse incomprensibili spiegazioni al perché posso resistere ancora un po’ mentre cerco di meglio. Non so cosa mi abbia spinto a non demordere, una buona dose di caparbietà, la consapevolezza che senza uno stipendio non posso vivere da sola, e che a Torino in fondo ci sto bene. Non so quest’anno mi ha presentato una diversa prospettiva su me stessa e sul mondo, mi ha regalato nuove ansie e frustrazioni, tanti abbracci che non avrei mai pensato di dare, innumerevoli notti e insonni e nuovi modi per combattere la noia. Ma allo stesso tempo, in questo momento, vorrei poter fare una valigia e andarmene. Dove non lo so, che stiamo messi tutti nello stesso modo, con la sensazione di non uscirne mai più e l’inevitabile senso di isolamento che imperversa imprescindibile nelle nostre vite. E allora sono ancora intrappolata tra le mura del mio monolocale con il disegno di Kim Seokjin che mi fissa negli occhi con il suo intramontabile fascino. 





lunedì 27 aprile 2020

La sindrome dell’arto fantasma

Per caso ho sentito la tua voce, in un momento in cui pensavo che non l’avrei mai più ascoltata, in un momento in cui immaginavo che non avrei mai più sentito parlare di te. Non basta continuare ad avere il tuo nome in timeline con i tuoi memini da boomer, non basta scorrerti nelle notifiche degli altri, che tanto non serve a niente bloccare sui social network se non blocchi anche gli amici degli amici degli amici. C’è sempre il fianco lasciato scoperto per lo stalking. È come una ricaduta di influenza dopo che ti sembra di aver passato la fase acuta della malattia, un peggioramento improvviso che ti blocca i muscoli e ti cristallizza la mente. La sindrome dell’arto fantasma che si ripropone a intervalli regolari, quando ormai ti sembra di essere guarito del tutto, con tutte le ferite rimarginate, arriva il dolore, una fitta insostenibile che ti fa accasciare a terra e ti consuma gli organi di senso. Non è mai finita, anche quando lo sembra definitivamente. Chiudi i portoni e le finestre e poi ti dimentichi delle crepe sottilissime che si formano vicino agli infissi e gli spifferi entrano lo stesso, il freddo cristallizza i ricordi. 
È la noia, questa fase di stallo da quarantena perpetua, che mi fa stare con me, me medesima e me stessa, a rimuginare, ancora e ancora sulle stesse cose, sugli stessi atti ripetuti, in una routine fatta di incertezza e paure. Vorrei solo scappare dalla stasi, da questo momento in cui sembrano tutti far qualcosa di buono con la propria vita e a me sembra di sprecare tempo, di non star combinando niente, di essere ancora ferma a mesi fa, ancora prigioniera di me stessa. Vorrei scappare, davvero lo vorrei, ma al momento posso solo tirare grossi respiri e pensare a sopravvivere. Ci saranno tempi migliori. La pioggia smetterà di abbattersi sull’asfalto, uscirà di nuovo il sole. 




venerdì 20 marzo 2020

Prometeo

Immobile come Prometeo
nel contatto con il fuoco salvifico
cosciente di quella inevitabile
occorrenza, appostata per un agguato
moltiplica il cieco terrore
perpetra la fine della storia
lamenta immani perdite
elargisce punizioni esemplari 
taglia la testa, senza ripensamenti
annichilito dalla furia
sancita dallo scoppio della passione
essenza della notte appena trascorsa
nega persino quel profumo
zavorra di ricordi gravosi
alimenta la feroce pena
tenera carne penetrata e incompresa
esala l'ultimo indegno sospiro. 

venerdì 3 maggio 2019

Concedersi di dire no, anche contro il mondo

È una di quelle serate fredde, con il gelo che ti penetra nelle ossa e in cui ti assale la voglia disperata di abbracciare la stufa. È una di quelle serate in cui è impossibile non fermarsi a riflettere mentre il bollitore porta l’acqua alla temperatura giusta per una tisana. Il mondo sta andando a scatafascio, sempre di più mi rendo conto di quanto siamo diventati indifferenti di fronte alle tragedie che ci succedono a pochi passi. Ma soprattutto non ci rendiamo bene conto che siamo noi ad alimentare un modello sempre più antiquato e malato. Sono giorni che rifletto sulla società in cui vivo, che sento stretta e angusta, sia per atteggiamenti che per convinzioni. È difficile fare la differenza, me ne rendo conto, soprattutto quando non si hanno idee per far leva sui problemi e iniziare quindi a risolverli davvero. Però a volte neanche li riconosciamo i problemi, siamo fermi e paurosi anche solo di sollevare la testa e iniziare a parlare. Chi mi conosce da un po’ lo sa, che appena percepisco un discorso che mette in rilievo un atteggiamento di un certo tipo lo faccio notare, guadagnandomi il biasimo di chi neanche li vuole ascoltare certi argomenti. “La cucina è il regno di mia moglie, neanche mi azzardo a cucinare” una delle frasi che ho ascoltato recentemente e che mi hanno fatto salire il sangue al cervello. Magari a tua moglie piace anche cucinare, ma se la aiuti, anche solo a preparare gli ingredienti vedi che le fai un regalo. “Avete visto che di sette posizioni dirigenziali appena annunciate, solo una è stata affidata ad una donna?” il mio commento ha fatto un buco nell’acqua, come se il completo predominio maschile, in un mondo come quello dell’IT fosse normale, e non ci si deve stupire della mancanza di figure femminili di rilievo in posizioni elevate della scala gerarchica. Ma non è solo questo, anzi. Quello che mi preoccupa di più in questi ultimi tempi è inesorabilmente la concezione che abbiamo dei rapporti di coppia, delle dinamiche affettive che leggiamo nei libri o in certe tipologie di storie che stanno ottenendo un certo successo tra i lettori. 
Ho sempre letto tanti libri che rientrano nel genere romance, sicuramente ora molto meno di un tempo, quando probabilmente era il principale genere che prendevo in mano, e per questo sono diventata molto esigente con le storie che inizio. Pretendo una certa dose di realismo, di batticuore e di serietà. E non sto parlando dell’utilizzo più o meno massivo di certi cliché ma dalla qualità dell’intreccio messo insieme per rendere interessante la storia d’amore oggetto di lettura. Ma dell’importanza di sottolineare l’importanza del rispetto verso l’altro sempre. Ma soprattutto dell’importanza di essere sempre pienamente consapevoli di quello che si sta facendo. Ciò che mi da davvero fastidio in certi tipi di libri è l’aggressività usata nei confronti di donne che se anche non vocalizzano il no, mostrano chiaramente segni di disagio. Ma soprattutto situazioni che sono al limite della violenza. Solo perché non viene urlato un no, non ci si divincola, non vuol dire che ci sia meno dolore, meno conseguenze, meno abuso. Un rapporto, soprattutto sessuale, dovrebbe nascere dal pieno rispetto e dalla ricerca del benessere reciproco. Se ci si allontana, se ci si mostra indisponibili, se la nostra priorità del momento è esternare lacrime o imbarazzo o disgusto, e l’altra persona per personalità o forza ci sovrasta e ci obbliga ad avere un rapporto sessuale, beh quella è una violenza, fisica e mentale. Una situazione del genere non descrive un rapporto consensuale. Soprattutto se uno dei due personaggi coinvolti è chiaramente in una posizione di potere fisico o di ruolo. Il filo sottile che passa per una condivisione tanto intima e profonda non deve nascere né dall’obbligo, né dalla paura, né dalla considerazione che se lo vuole l’altro allora va tutto bene. Non bisogna scendere a compromessi, sono convinta che ci debba essere sempre una via di uscita. Se prima ne avevi voglia e poi no, devi sentirti sicura di poterti tirare indietro e non finire l’incontro solo perché “va bene ormai l’ho iniziato”.  Bisogna riconoscere all’altra persona la possibilità di non essere disponibile. Che se a me fa ribrezzo una cosa e ti dico no, non va bene, non la facciamo lo stesso solo perché a te non disgusta. E il sesso finisce con te scivolata contro un muro, abbandonata su un tavolo o su un letto, con la testa che ti dice che non è stata una bella esperienza e non si riconosce il diritto di sentirsi male perché non hai detto no, non va tutto bene, non è stato un rapporto pienamente consensuale. Facciamo troppe cose perché sentiamo mille pressioni: dalla famiglia, dalla società e non dovremmo sentirci costrette mai, soprattutto nella condivisione del nostro spazio fisico. Ogni gesto che ci viola è un gesto che va denunciato e anche nelle storie d’amore che leggiamo dovrebbe essere sempre ben chiaro in mente che se non siamo serene siamo libere sempre di tirarci indietro. E soprattutto che chi è con noi e afferma di amarci deve proteggerci, sempre, anche da noi stesse, anche da loro stessi. Siamo tutti capaci di controllare i nostri istinti, capire quando la situazione è buona per condividere qualcosa di così importante e quando invece è necessario fare un passo indietro. E dobbiamo riconoscerlo e soprattutto denunciare comportamenti dannosi. La denuncia serve soprattutto per permettere di aprire gli occhi a chi da solo non ci riesce e a cercare di creare un mondo migliore. 
Un piccolo gesto, ma in fondo le rivoluzioni sono fatte di piccoli gesti. 

giovedì 11 aprile 2019

Come stai?

Non importa se ho pianto e sofferto 
questa vita fa tutto da se


“Come stai?” ultimamente è la domanda che mi fa più paura, perché non so come rispondere. Obiettivamente non mi posso lamentare: ho un tetto sulla testa, uno stipendio che mi garantisce la possibilità di vivere bene e di togliermi alcuni degli sfizi che mi passano per la testa (in realtà potrei anche togliermene altri, ma per come sono stata educata tendo al risparmio) non ho particolari malattie debilitanti, ho una famiglia che mi ama molto e che mi sostiene sempre e un mucchio di amici che fanno sempre il tifo per me. Apparentemente sembra tutto molto bello, la realtà dei fatti è che ho un macigno di tristezza che mi spinge in un baratro di oscurità che non fa altro che distruggermi sempre di più. 
Il lavoro mi sta lentamente uccidendo, non capisco più se sono io o sono gli altri, ma la monotonia delle attività, la gestione di un cliente impossibile con cui lavoro da 3 anni, colleghi che in definitiva sembrano sempre poco interessati, manager che rifuggono le loro possibilità, mi fanno desiderare di andare via. Ho provato a chiedere di essere spostata, anche perché sopportare il “pazzo” è diventato quasi impossibile, mi consuma le energie, mi brucia la pazienza, mi dilania la quiete. E va bene la sicurezza, la stima, la fiducia, ma sono stufa marcia. Vorrei un’attività lavorativa che non dico mi renda felice, ma quanto meno mi soddisfi, che mi faccia tornare a casa con la voglia di fare altro, non di mettermi a letto a piangere, che non mi lasci tutta la notte insonne a fissare il soffitto. La salute mentale in definitiva conta di più di tutto, la tranquillità emotiva conta più dei soldi, della carriera. 
Perciò alla domanda “Come stai?” rispondo con un laconico “Bene” o uno sbrigativo “Potrebbe andare meglio” o se sono particolarmente sincera “Una merda”… sono arrivata al fare polemica quotidianamente e io in genere non sono una persona polemica. Tendo a non lamentarmi, a non lasciarmi segnare dalle difficoltà. Generalmente prendo le mie risorse e le utilizzo per combattere. A questo giro la pazienza è finita e resto miseramente a pezzi a dibattermi tra slanci e tentativi. Oramai è solo un’attesa all’opportunità migliore. Oramai è solo il tentativo di sopravvivere a una situazione di stallo, che spero prima o poi finirà. 





martedì 8 gennaio 2019

Abbracci dimenticati

Niente supera la delusione di quando scopri che tutti si innamorano come tutti. Cioè come idioti. Pure Luca Ardenghi. 
L'amore è eterno finché non risponde - Ester Viola


Quando ho sciolto l'abbraccio ho capito di averti perso per sempre. Se guardo indietro vedo solo una distesa lunghissima di niente. Ho perso sostanzialmente su tutta la linea. Mi sono resa conto di non essere importante per nessuno. Che un giorno sei fondamentale e quello dopo non lo sei più. Che in fondo ogni atto di gentilezza è tanto effimero quanto inutile. Perdersi in quel mondo che sembra perfetto e che invece è il ripiego per scelte non prese per indagini non affrontate, confronti non alimentati è troppo facile, troppo scontato.  Hai perso già in partenza, quando sei rimasta in sospeso nel limbo di un sentimento cauterizzato, disseminato di intralci, di sospesi, di aberrazioni soffocate e disprezzate. Ci sono giorni insostenibili, dove il peso delle cose da fare è troppo pesante, dove le scelte che compiamo si frangono di fronte alla prospettiva che le forze a disposizione sono quelle, insufficienti a depennare le influenze e le decisioni. È un mare che diventa inchiostro, un ordine di idee che distrugge, che frantuma, che incrina. Passi decisi verso la sensazione di perdita e insofferenza. E anche se cerco di aggrapparmi alla consapevolezza che c’è di più, che in fondo siamo la somma dei nostri pregi e dei nostri difetti, siamo in definitiva la somma algebrica del nostro passato e del nostro presente, è comunque troppo poco. Come quando cerchi il punto di equilibrio di un poliedro irregolare, che non sai su quale lato appoggiarlo, così la nostra vita, un intenso ciclone che fagocita tutto. Ma sta a noi trovare il nostro baricentro, cercare i punti nello spazio che ci aiutano a sedimentare le paure e le incongruenze, a settare l’esistenza nella giusta direzione. Siamo punti di una stessa rete, incastri che si amalgamano per essere sereni. E io non ho ancora trovato la rete giusta. 

lunedì 24 settembre 2018

Ti odio

Ti ho aspettato, con il mio bagaglio di dolore e incertezza. Ho fissato in silenzio la tua schiena allontanarsi nella sua direzione, con quella faccia da schiaffi, il sorriso impertinente, le battute sempre pronte. Ti ho osservato trasformarti in un altro, in uno con cui non ho niente da spartire, che continuo a scrutare da lontano con la speranza di ritrovarlo tra le pieghe della sua nuova esistenza. E poi improvvisamente te ne esci fuori con quegli sprazzi in cui sei sempre tu, con la spettacolarizzazione di ogni gesto, con la battuta sempre pronta, i sorrisi da sciogliere il cuore. Mi togli il respiro quando con la tua camminata dolente ti siedi accanto a me, quando mi batti il cinque e pretendi la mia opinione, quando fai di tutto per farti notare da me. E poi, quando alziamo la testa nello stesso momento e ci sorridiamo, quando vorrei urlarti contro, ma riesco solo ad abbozzare. 
La verità è che ti odio, ti odio, ti odio. Perché mi fai sentire sempre totalmente inadeguata, perché hai la capacità di disarmarmi, perché in fondo sei un manipolatore e sai dove far leva. 
E in definitiva mi ritrovo sempre ad assorbire la rabbia, la sfiducia, quel senso bruciante di delusione che mi dilania le viscere ogni volta che il mio sguardo cade su di te e mi rendo conto che è troppo tardi, ho pensato di nuovo a te. 

Ti odio.
Ti odio.
Ti odio.
Ti odio. 
Ti odio.





sabato 1 settembre 2018

Incroci

“Da quanto tempo? Settimane. Mesi. Forse qualcosa di più.”
Glitch - Mirya


Mi sono fermata a questo incrocio, a respirare i passi di un passato che credevo sopito per sempre. Ho raccolto altre lacrime, di quelle che scuotono le membra fino a renderle irriconoscibili. Sono inciampata negli stessi pensieri persi tra meandri oscuri e incerti. E sono arrivata a distendermi sotto coltri troppo pesanti da sostenere. E qui giaccio, con il freddo che penetra tessuti sofferenti, cercando di ricreare una realtà differente, disciolta e flebile. Ricucirla però sfugge alle logiche. 
E mi chiedo perché, perché ancora penso a quello che non ho mai avuto. Invece di rimboccarmi le mani per ottenerlo vago tra rimpianti disperati e deboli, gesti che sembravano per me e non lo so. Ho aspettato un abbraccio per ore, un saluto che fosse qualcosa di più, e invece niente, sono rimasta lì a fissare il vuoto come una cretina. È arrivato il momento di ammettere di aver perso e levare le tende. Non è neanche più questione di mancanza, ma di consapevolezza di star meglio senza.
Ti ho sempre fissato incantata mentre spiegavi e gesticolavi. Dibattere su quello che stiamo facendo, il tuo sguardo attento, il tuo valutare seriamente le mie opinioni continua a spezzarmi il cuore. Andarsene, l'unica soluzione. Ogni memoria mi perseguita, i tagli netti che mi sono sempre piaciuti non funzionano con te. Forse perché la mia mente oziosa torna puntualmente a te. Anche di fronte al mare, penso sempre a te. Non so perché, ma il tuo pensiero mi colpisce con la forza di una pugnalata. E non so davvero come sfuggirne se non davvero abbandonando tutto. Ne vale la pena? Vale la pena rinunciare a tutto, anche alla carriera per te? Ne vale la pena? Non ho già perso abbastanza? 
Non ho già perso abbastanza?
Sono convinta, però, che possiamo superare qualsiasi cosa, anche i passi che abbiamo troppa paura di compiere.
Intanto questa è proprio la serata per un bel piantino. 





domenica 17 giugno 2018

Non ritorneremo mai

"È come se prepari una torta, e poi non la inforni. Anzi la cuoci ma non ci metti lo zucchero a velo sopra". 
Si gira, mi sorride e fa "O come se non mettessi il rhum nel tiramisù".



Bisogna fare i conti con quello che si semina, bisogna prendere coscienza che non si può scappare dalle conseguenze, non in eterno, non per sempre. Ed è questo che mi lascia schiacciata dal peso dell’angoscia, dal peso incomprensibile di ciò che ho costruito fino ad ora e che sta crollando inesorabilmente intorno. E allora si non ho valutato bene i rischi, non mi sono data abbastanza da fare, non sono riuscita a capire dove andare, cosa afferrare, cosa salvare. E alla fine ho perso. Comprese le scarpe e in qualche modo la dignità. Chi se ne è accorto? Forse nessuno, forse tutti, ma mi rendo conto che non è così facile sopportare la perdita. Perché allo stesso tempo ho ancora quegli spasmi convulsi che derivano da una storia non chiusa, anzi da una mai iniziata e che perciò si porta dietro le fantasie convulse del possibile. E quello che mi manca davvero tanto è parlare con te. Parlare davvero, quelle lunghe chiacchierate che facevamo insieme. Conoscere i tuoi pensieri, sapere le tue mosse, condividere le giornate, in maniera totale. Ma ormai non è più possibile, ormai questo giace nel dimenticatoio di giornate riposte sotto il tappeto, insieme alla polvere. È vedere i tuoi progressi stentati in una vita che non mi appartiene che mi manda in confusione. È ascoltare i tuoi “brava” con la mente che esulta e il cuore che piange, che mi scaraventa nell’angoscia. È quando non mi rispondi perché sei troppo impressionato da quanto la mia sia una buona idea, e te la rigiri in mente, per vedere se è davvero buona come sembra, e lo è e agisci di conseguenza, che mi manda in bestia. Perché per quei cinque secondi mi sento importante e non dovrei, non dovrei. 
Dopo è sempre peggio: perché prima non ci credi, durante non ci vuoi credere e dopo devi abituarti a crederci. Ed è per questo che sono una ferrea sostenitrice dei tagli netti, quegli strappi intransigenti dei cerotti, necessari anche se dolorosi. Che poi non servono a niente, perché ti ritrovi lo stesso a fantasticare sulla possibilità di un mondo impossibile che brucia nella nebbia.








lunedì 5 febbraio 2018

Awkward heart

Ci si perde, facilmente, e la paura mi dilania. Di nuovo, come sempre, bloccata in un limbo disperata. Dopo una settimana da sogno in una delle mie città preferite, quella romantica Praga che nasconde innumerevoli segreti, mi ritrovo ancora una volta dilaniata da sentimenti contrastanti. Da un lato la normalità di ambire ad una persona che non avrò mai, perché ehi sta con un altra, e nonostante sorrisi e occhiate infuocate, che a questo punto immagino solo io, dall’altro l’entusiasmo per un uomo appena incontrato e che probabilmente non sentirò e non vedrò mai più. E in definitiva ancora e sempre limbo. 
E poi, e poi c’è quel senso di inadeguatezza che non mi abbandona mai. Il rimpianto di non aver fatto una telefonata quando serviva e la consapevolezza di una perdita, il lutto mal digerito per una donna che era come una nonna, anche con tutti i difetti di una vecchiaia solitaria e inimmaginabile. Al supermercato ho visto lo zucchero a velo che usava lei, che una volta mi aveva mandato a comprare alla coop per fare l’unica torta che le riusciva bene, e sono scoppiata in lacrime alla cassa. Basta talmente poco per destabilizzarci, basta un niente per cadere in un mondo di improvvisa irrealtà. Il 16 gennaio sembra così lontano eppure è così vicino. 





giovedì 14 dicembre 2017

Di solito...

Di solito quando sto male tendo a scrivere, a sfogare su carta la mia tristezza cronica, la mia incapacità di essere incisiva, l’inconcretezza di tempi persi, di sguardi assenti, di emozioni volatilizzate. Di solito quando subisco qualche delusione e mi ritrovo preda di spasmi ingrati, mi rifugio nella carta, nelle storie degli altri, nelle vicissitudini di personaggi fantastici, inventati, che si trovano solo tra righe dimenticate. Di solito quando non riesco più a trovare la via, quando mi ritrovo a pensare di aver sbagliato tutto, di non aver compreso a fondo i miei errori, dove ho commesso un passo falso, mi precipito tra i fogli virtuali di questo spazio, che mi è sempre calzato bene, a dispetto di tutto. 
Se di solito funziona così, questa volta non va, non ingrana, non è sufficiente, questa volta non riesco a scrivere neanche una riga, perché farlo presuppone forza di volontà, non riesco neanche a capire cosa sto facendo della mia vita, figurarsi leggere un libro, dopo due righe ho perso qualsiasi tipo di concentrazione per fissare il vuoto del muro di fronte a me, o il mio riflesso in un finestrino appannato dalla pioggia, o nella finestra dove si acculuma la neve. E pensare di aggiornare questo blog un atto che al momento è quanto di più lontano ci sia. Ho provato effettivamente a scrivere una recensione, ma il foglio bianco, con solo il titolo e la citazione e la trama (di cui ho fatto copia e in colla) mi fissano con le loro pretese ingiustificate, la loro incapacità di comprendere il fatto che mi sento spenta, sfibrata, privata di qualsiasi idea guizzante. 
Perciò si, sto male, non capisco neanche cosa ci sia nella mia testa al momento e abbandonarmi a dell’ingiustificato crogiolamento nella polvere la scelta più saggia che ci sia. Almeno per me, almeno per oggi. 




venerdì 8 dicembre 2017

Ed era già troppo tardi

Una mano che vaga sulla schiena.
Cosce che strusciano sotto il tavolo.
Dita che involontariamente si sfiorano.
Brividi che devi nascondere.
Fissare un avambraccio piegato sullo schienale della tua sedia, mentre il suo sguardo fissa lo schermo. 
Poi guardarsi un attimo, sorridersi, gli occhi che si cercano. 
E pensare inevitabilmente di scappare, perché salvarsi è l'unica cosa che conta.



Ho perso, è l'unica cosa che posso riconoscere in questo baratro che è la mia vita. Ho riconosciuto i sintomi, sapevo quanto avrebbe fatto male, e li ho ignorati, pensando che prima o poi se ne sarebbe andato da solo. Ma è impossibile, anche quando dovrebbe essere passato il periodo di incubazione, anche quando ti saresti dovuta essere liberata di quel maledetto virus, ecco che questo ricompare, ti morde le viscere, ti induce a mettere ordine, a calpestare i tuoi sentimenti.  E cosa resta da fare?
Otto dicembre, il freddo brucia le ossa, ingloba il dolore, spreca le possibilità e ti lascia a terra con la solitudine che ti sgretola il cuore. E cosa resta? Niente solo i filamenti di quello che credevi possibile, che pensavi, osavi, osavi sperare. 
È così una lenta agonia che si dirama da quelle occhiate rubate, da quei tocchi brevi ma incandescenti, da quei momenti in cui ci guardiamo negli occhi, ci fissiamo con una certa intensità in cui il tempo sembra sospeso, cristallizzato. Ogni giorno una pugnalata, una risata isterica che risuona ad un passo, i gesti dibattuti, l’intenzione soppressa, la voglia inghiottita, insieme all’istinto di allungare la mano. E quel tempo che si allontana, la sensazione di aver perso la propria sanità mentale, i momenti in cui insieme contro il mondo, anche quello che sembra rubato dalla quotidianità. Scene che sono stampate nei tuoi occhi, che lì, di fronte a te, si consumano destinando all’oblio quella sensazione di bruciante attrazione. Perdere è fin troppo facile, quando ti aggrappi senza forze ad una vana speranza. Brucia con la scottatura del dolore mai suturato a dovere. Anche quando duole come una frattura nei giorni di pioggia. Mi blocco a guardare il fermo immagine dei nostri ricordi condivisi, delle nostre emozioni immaginate, di quello che avremmo potuto essere e non saremo mai. 
E allora non c'è molto da concludere, con le lacrime che scivolano, verso un istante che non ci appartiene più. Vederti, appannaggio di un'altra, di chi forse comprende più di me, forse è più di me, più intensa, più vera, più vicina, più bella, più aggraziata, più pronta a perdersi. 
Perché in fondo è sempre la stessa storia, e non è neppure tanto bella. 




venerdì 18 agosto 2017

Vecchie cicatrici, nuovi dolori

Ti aspetti altri colori che emergono dal sottosuolo di una vita a metà, te ne rendi conto quando l’appannaggio dei tuoi passi stanchi si catapulta nell’indissolubile allegria di me che cedo, di me che mi nascondo dietro facili costumi, dietro la certezza che l’istante in cui chiuderò gli occhi, sarà anche quello in cui avrò perduto tutto. Me lo immagino il mio sorriso spento, a nascondere gli effetti del devasto, della scoperta che qualunque tentativo abbia concepito nella mia mente, si sarebbe scontrato contro l’inevitabile, la perdita, il disincanto, la falsa partenza. Te lo immagini il destino crudele di immergerti in parole abusate, in gesti inconsueti, in immagini che inevitabilmente si perdono nei confini sfumati dell’attrazione? Beh ci sono passaggi accidentati, avvicinamenti fortuiti che alla fine non si concretizzano in niente, se non in frustrazione, incoscienza, tentativi mancati di felicità. 



martedì 18 luglio 2017

Incompatibilità

Incompatibilità
Sviluppata sugli strascichi del rifiuto
generalizzata nell'odio
cementata dalla perdita di coscienza
generalmente ripudiata,
persa quando si frantuma
la fiducia sfrangiata
l'odore che inasprito dall'odio
soffoca, ottunde, annebbia.

Crudeltà
perpetrata ai danni dei feriti
infervorata dalla perdita
persa e ritrovata nei meandri dell'infelicità
che indiscutibilmente non è indispensabile
mentre il tormento sottomette
l'incuria e la perdita.

domenica 18 giugno 2017

Girasoli

In questo momento sono sdraiata sul letto del mio monolocale di Torino, con la radio accesa, Gli anni di Annie Ernaux finito questo pomeriggio abbandonato accanto a me, e mi è capitata per caso una foto sotto gli occhi e mi ha acceso dentro una malinconia struggente, una tale sensazione di tristezza, una mancanza terribile per le mie colline, che in questo periodo sono gialle, piene di girasoli, immerse nel calore di un giugno infinito e caldo, che girando lo sguardo in lungo e in largo mi lascia intrepida e solerte, perché quelle colline sono casa, anche a distanza di centinaia di chilometri, anche quando la tua vita sembra costruita in un'altra città.





giovedì 23 marzo 2017

Drinking... maybe is the answer

Annuncio la dipartita con gioiosi trilli di campane
Nevica sulle colline di illuminata speranza 
Nega la coscienza che risuona senza sosta, 
Annegata nella irriverente risata di chi si perde nelle tortuose vicissitudini
Chiare risuonano le note del violoncello lasciato nell'ombra
Ha perso le schegge di intrepido valore 
Inerpica sul versante verdeggiante e sbiadito di parole tormentate
Acerbe come il frutto generato dall'odio di mille atti impuri
Ripugnante come le coltri abbandonate dopo gesti affrettati
Affranta dimentica anche le ultime tremule lacrime che solcano il patio.