Visualizzazione post con etichetta amore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta amore. Mostra tutti i post

venerdì 20 marzo 2020

Prometeo

Immobile come Prometeo
nel contatto con il fuoco salvifico
cosciente di quella inevitabile
occorrenza, appostata per un agguato
moltiplica il cieco terrore
perpetra la fine della storia
lamenta immani perdite
elargisce punizioni esemplari 
taglia la testa, senza ripensamenti
annichilito dalla furia
sancita dallo scoppio della passione
essenza della notte appena trascorsa
nega persino quel profumo
zavorra di ricordi gravosi
alimenta la feroce pena
tenera carne penetrata e incompresa
esala l'ultimo indegno sospiro. 

domenica 17 giugno 2018

Non ritorneremo mai

"È come se prepari una torta, e poi non la inforni. Anzi la cuoci ma non ci metti lo zucchero a velo sopra". 
Si gira, mi sorride e fa "O come se non mettessi il rhum nel tiramisù".



Bisogna fare i conti con quello che si semina, bisogna prendere coscienza che non si può scappare dalle conseguenze, non in eterno, non per sempre. Ed è questo che mi lascia schiacciata dal peso dell’angoscia, dal peso incomprensibile di ciò che ho costruito fino ad ora e che sta crollando inesorabilmente intorno. E allora si non ho valutato bene i rischi, non mi sono data abbastanza da fare, non sono riuscita a capire dove andare, cosa afferrare, cosa salvare. E alla fine ho perso. Comprese le scarpe e in qualche modo la dignità. Chi se ne è accorto? Forse nessuno, forse tutti, ma mi rendo conto che non è così facile sopportare la perdita. Perché allo stesso tempo ho ancora quegli spasmi convulsi che derivano da una storia non chiusa, anzi da una mai iniziata e che perciò si porta dietro le fantasie convulse del possibile. E quello che mi manca davvero tanto è parlare con te. Parlare davvero, quelle lunghe chiacchierate che facevamo insieme. Conoscere i tuoi pensieri, sapere le tue mosse, condividere le giornate, in maniera totale. Ma ormai non è più possibile, ormai questo giace nel dimenticatoio di giornate riposte sotto il tappeto, insieme alla polvere. È vedere i tuoi progressi stentati in una vita che non mi appartiene che mi manda in confusione. È ascoltare i tuoi “brava” con la mente che esulta e il cuore che piange, che mi scaraventa nell’angoscia. È quando non mi rispondi perché sei troppo impressionato da quanto la mia sia una buona idea, e te la rigiri in mente, per vedere se è davvero buona come sembra, e lo è e agisci di conseguenza, che mi manda in bestia. Perché per quei cinque secondi mi sento importante e non dovrei, non dovrei. 
Dopo è sempre peggio: perché prima non ci credi, durante non ci vuoi credere e dopo devi abituarti a crederci. Ed è per questo che sono una ferrea sostenitrice dei tagli netti, quegli strappi intransigenti dei cerotti, necessari anche se dolorosi. Che poi non servono a niente, perché ti ritrovi lo stesso a fantasticare sulla possibilità di un mondo impossibile che brucia nella nebbia.








venerdì 8 dicembre 2017

Ed era già troppo tardi

Una mano che vaga sulla schiena.
Cosce che strusciano sotto il tavolo.
Dita che involontariamente si sfiorano.
Brividi che devi nascondere.
Fissare un avambraccio piegato sullo schienale della tua sedia, mentre il suo sguardo fissa lo schermo. 
Poi guardarsi un attimo, sorridersi, gli occhi che si cercano. 
E pensare inevitabilmente di scappare, perché salvarsi è l'unica cosa che conta.



Ho perso, è l'unica cosa che posso riconoscere in questo baratro che è la mia vita. Ho riconosciuto i sintomi, sapevo quanto avrebbe fatto male, e li ho ignorati, pensando che prima o poi se ne sarebbe andato da solo. Ma è impossibile, anche quando dovrebbe essere passato il periodo di incubazione, anche quando ti saresti dovuta essere liberata di quel maledetto virus, ecco che questo ricompare, ti morde le viscere, ti induce a mettere ordine, a calpestare i tuoi sentimenti.  E cosa resta da fare?
Otto dicembre, il freddo brucia le ossa, ingloba il dolore, spreca le possibilità e ti lascia a terra con la solitudine che ti sgretola il cuore. E cosa resta? Niente solo i filamenti di quello che credevi possibile, che pensavi, osavi, osavi sperare. 
È così una lenta agonia che si dirama da quelle occhiate rubate, da quei tocchi brevi ma incandescenti, da quei momenti in cui ci guardiamo negli occhi, ci fissiamo con una certa intensità in cui il tempo sembra sospeso, cristallizzato. Ogni giorno una pugnalata, una risata isterica che risuona ad un passo, i gesti dibattuti, l’intenzione soppressa, la voglia inghiottita, insieme all’istinto di allungare la mano. E quel tempo che si allontana, la sensazione di aver perso la propria sanità mentale, i momenti in cui insieme contro il mondo, anche quello che sembra rubato dalla quotidianità. Scene che sono stampate nei tuoi occhi, che lì, di fronte a te, si consumano destinando all’oblio quella sensazione di bruciante attrazione. Perdere è fin troppo facile, quando ti aggrappi senza forze ad una vana speranza. Brucia con la scottatura del dolore mai suturato a dovere. Anche quando duole come una frattura nei giorni di pioggia. Mi blocco a guardare il fermo immagine dei nostri ricordi condivisi, delle nostre emozioni immaginate, di quello che avremmo potuto essere e non saremo mai. 
E allora non c'è molto da concludere, con le lacrime che scivolano, verso un istante che non ci appartiene più. Vederti, appannaggio di un'altra, di chi forse comprende più di me, forse è più di me, più intensa, più vera, più vicina, più bella, più aggraziata, più pronta a perdersi. 
Perché in fondo è sempre la stessa storia, e non è neppure tanto bella. 




venerdì 18 agosto 2017

Vecchie cicatrici, nuovi dolori

Ti aspetti altri colori che emergono dal sottosuolo di una vita a metà, te ne rendi conto quando l’appannaggio dei tuoi passi stanchi si catapulta nell’indissolubile allegria di me che cedo, di me che mi nascondo dietro facili costumi, dietro la certezza che l’istante in cui chiuderò gli occhi, sarà anche quello in cui avrò perduto tutto. Me lo immagino il mio sorriso spento, a nascondere gli effetti del devasto, della scoperta che qualunque tentativo abbia concepito nella mia mente, si sarebbe scontrato contro l’inevitabile, la perdita, il disincanto, la falsa partenza. Te lo immagini il destino crudele di immergerti in parole abusate, in gesti inconsueti, in immagini che inevitabilmente si perdono nei confini sfumati dell’attrazione? Beh ci sono passaggi accidentati, avvicinamenti fortuiti che alla fine non si concretizzano in niente, se non in frustrazione, incoscienza, tentativi mancati di felicità.