Sopravvivere alle intemperie emotiva,
scivolare nel clamore della folla,
camminare sul filo del rasoio dell'umanità consumata,
cadere nello sproloquio di chi non afferra la razionalità,
precipitare nella consapevolezza delle schegge di idee,
isonorizzare l'anima alla pressione di quel doloroso palpito.
lunedì 14 novembre 2016
Scheggia
giovedì 6 ottobre 2016
Nel mezzo di Torino
Torino è una città
meravigliosa, che mi ha conquistato fin dal primo momento in cui ho iniziato a
camminare per le sue strade perpendicolari, i suoi viali lunghissimi, il nucleo
centrale che si irradia verso l’esterno e le stazioni e si propaga fino al Lingotto
e oltre, con quella pianura così diversa dalle mie amate colline. Dal
grattacielo dove lavoro, si uno dei pochi che ci sono, accanto alla stazione di
Porta Susa, sembra quasi di toccare quelle Alpi che cingono da est il capoluogo
piemontese. C’è tanta aria frizzante, quel freddo che ti penetra dentro,
quell’atmosfera da città europea che tanto si discosta dalla fissità dei Borghi
medievali di provincia a cui sono abituata. Torino respira un multiculturalismo
che si nutre anche di cibo, non solo il gianduiotto e la bagna cauda, ma la
carne, quella Fassona che sembra fiorire ad ogni ristorante, i plin, gli
agnolotti, il gelato e il bonet (che se vi piacciono i dolci liquorosi è un
must have).
Mi sono innamorata di
Torino, con quelle atmosfere da fin de siecle, le strade affollate, lo struscio
lungo via Garibaldi della domenica pomeriggio, gli artisti di strada in piazza
Castello, i negozi di lusso di via Roma e via Lagrange, quelle librerie
meravigliose che ti sbucano da un angolo e le gelaterie. Poi adoro il mio quartiere
e il mio monolocale, piccolo, funzionale, e incredibilmente comodo.
È il lavoro che mi
sfinisce, che mi ruba tutte le energie e le ore di veglia, è il lavoro che
risucchia ogni centimetro di vitalità che mi pervade. E non è per lamentarmi,
io sono molto serena e soddisfatta. Il mio capo mi ha detto che ho raggiunto il
mio primo obiettivo, il nostro commerciale ha avanzato l’ipotesi che mi merito
una promozione, e mi ha anche detto che il nostro amministratore delegato sa
chi sono. Il cliente si fida di me e del mio lavoro, tanto da coinvolgermi
nelle decisioni, nelle riunioni, nei pranzi, nelle confidenze. Il team,
eterogeneo e ricco, è estremamente divertente, anche se venato di un
maschilismo irritante, è comunque formato da bravi ragazzi, con cui è facile
lavorare. L’atmosfera è allegra e vivace, e mi sono già inserita nelle
dinamiche, nelle prese in giro, nelle battute, nelle risate. Oggi sono andata a
pranzo con soli interni, eppure mi fanno sentire così a mio agio, che non si
sentono le divisioni da “ehi sei una consulente, addio, scompari, non posso
parlare con te. Eppure la pesantezza degli orari sempre più tardi inizia a
farsi sentire. Eh si che è con i progetti così sfidanti che si impara di più, è
con questi progetti allucinanti che ci si forma nel mondo della consulenza. Eppure,
a volte, vorrei solo avere più tempo da dedicare al blog.
giovedì 25 agosto 2016
Non mi abituerò mai a sentire la terra tremare
Una delle cose più
terribili che abbia mai dovuto affrontare da sempre è il terremoto. È una delle
cose che mi spaventa di più in assoluto, perché di fronte alla terra che inizia
a tremare non possiamo fare nulla, se non metterci in salvo e osservare
immobili i danni. Ed è incredibile ripensare al terrore cieco che mi ha
catturato ogni volta che siamo stati investiti dal sisma. Quello del 97,
quando ero solo una bimba di otto anni, sotto al banco di terza elementare, tra Marche e Umbria, Colfiorito distrutto da macerie
e macerie, con i container rimasti lì per anni. Il 6 aprile 2009, quelle 3:35
che nel cuore della notte ci hanno fatto precipitare in strada, e dormire tutti
nel lettone dei miei, con gli occhi
sbarrati e il mattino dopo l’esame di Fondamenti di Automatica, e chi se lo
scorda, con gli amici abruzzesi trapiantati ad Ancona con gli occhi vacui e
il terrore nel cuore, completamente impotenti. Lo guardo fisso al telegiornale, tantissime giovani vite
spezzate, quella Casa dello Studente sventrata e irriconoscibile. E nel maggio
del 2012 in Emilia, a pochi giorni dal mio compleanno, la terra sussulta, il
cuore piange, tantissimi amici oltre confine della mia regione. E sempre ti
assale quella paura cieca, la voglia di scappare, non sapere dove andare, ansia per quel mondo che sembra scomparire in un attimo, invaso dalle
macerie e dal tremore.
Anni dopo e continuo a
tremare. Tremo, lo faccio da giorni oramai, incapace di mettere a tacere la
paura angosciante. Martedì notte ero a casa di amici a bere e ridere quando è
iniziato a ballare tutto. Secondi interminabili, paura che ti attanaglia le
viscere, le gambe che tremano anche dopo. 3:36 e tutto rapidamente cambia. Un
attimo prima ridi, un attimo dopo tremi. 140 secondi interminabili, a guardarci
in faccia, a stringerci le mani, che si, ti sembrava di morire, ma stiamo tutti
bene. Mother che mi chiama e mi chiede “Dove sei?”. Tornare a casa e per il
borgo qualche calcinaccio. Il borgo ammaccato e sgrullato per bene, la gente
per i vicoli, che si chiama, che cerca di dare conforto come può. Stare in
strada. Rientrare. Dopo poco precipitarsi di nuovo fuori e continuare a
tremare. Non è passata neanche un’ora e un’altra terribile scossa ci ha
colpito. Aggirarsi per le strade affollate, guardare volti di persone conosciute
in preda al panico a tormentarsi e a ringraziare per non aver subito danni, per
essere ancora vivi. Rimanere in macchina, leggere freneticamente sui social cosa
succede, perché chi ci torna in casa con cocci in terra di oggetti fracassati,
l’intonaco della mia camera da letto caduto sulla scrivania e sui miei libri. E
ancora scosse, una trentina in tre ore e tanta paura. Scosse di assestamento
che a volte sembrano non finire mai, che sembrano anche peggio della prima,
perché rinnovano la paura. Noi per fortuna stiamo bene. Ad Amatrice (bellissimo
borgo), Accumuli, Arquata e Pescara del Tronto e altri paesi nel rietino e nelle basse Marche non
possono dire la stessa cosa. Vedo le immagini scorrere in tv e mi viene da
piangere. Ad ogni storia disastrosa che ascolto lacrime silenziose scivolano
lungo le mie guance e non so come reagire. A volte sembra davvero che ci si
accanisca. Quando poi ti rendi conto dei giornalisti che pur di accaparrarsi lo
scoop non elemosinano nell’inquinare la tragedia, nel dipingerla a tinte fosche
a renderla sempre più ignobile. E allora ti rendi conto di come si cerca di
guadagnare su qualsiasi cosa, che la solidarietà di tantissimi si accompagna
alla critica facile e al male di altri, che è più facile attaccare che
rimboccarsi le mani, ma che c’è anche tanto bene intorno a noi. Equilibrare le
cose sembra difficile ma è necessario per ricominciare e andare avanti. Piano piano
stiamo tornando alla vita di sempre anche se viviamo sul chi vive, con l’incubo
che potrebbe ripetersi da un momento all’altro. Raccogliendo cocci di
suppellettili rotte, tremando ogni volta che sento un rumore sospetto, con il
sangue gelato nelle vene ad ogni sussulto. E non mi abituerò mai a sentire la
terra tremare.
domenica 21 agosto 2016
Dall’Appennino alle Alpi
“Sempre
caro mi fu quell’ermo colle”
A volte sento una
nostalgia perniciosa e inarrestabile, che calpesta le certezze tanto
faticosamente raccolte. A volte mi ritrovo a fissare il paesaggio fuori dalla
finestra e ad acquisire la consapevolezza che non lo ritroverò tanto presto,
che mi trasferirò e che sarò lontana chilometri e chilometri. Se da un lato mi
entusiasma finalmente andare a vivere da sola, senza i miei genitori, senza zie
e senza inquilini, perché ho trovato un carinissimo monolocale da affittare,
dall’altro mi mancherà ancora di più la mia terra, quelle calde colline tiepide
e verdi, quei colori tipici del maceratese, quel borgo tanto odiato e tanto
amato.
Eppure cerco di non
pensare alla finalità di un viaggio dall’altro lato dell’Italia, cerco di non
pensare al nuovo addio e all’impossibilità di scappate più frequenti come
quando ero a Firenze. Firenze con quel mantello di struggenti riecheggi
rinascimentali, vorticosi e ignari, quella “c” aspirata che non ho mai
accettato del tutto e la stazione di Santa Maria Novella davvero capace di
portarti dappertutto. Come al solito sono in preda all’ansia perché non so di
preciso come andranno le cose. Tornare a Torino sarà come gettarsi nel vuoto,
intraprendere una carriera di cui non so nulla mi lascia interdetta e ansiosa,
spero davvero di prendere le decisioni giuste, di essere capace di fare tutto
nel modo migliore, di essere davvero all’altezza della situazione. Ho paura,
davvero, ma spero di sopravvivere come ho fatto fino ad ora.
martedì 16 agosto 2016
Becoming an adult is like jump in the void
Mi trovo nella mia
camera da letto, quella dove sono cresciuta, a fissare il paesaggio collinare
che si estende fuori dalla mia finestra. Il sole brilla sui campi dalla terra
smossa, quelli con i girasoli secchi pronti per essere spazzati via per
recuperare i semi e il verde degli alberi. L’estate è sempre stato il mio
momento prediletto. Amo guardare il verde che si estende a perdita d’occhio,
crogiolarmi al sole, sciogliermi nell’afa. Passare le ferie nella mia regione
al sapore di una incongruenza infinita, anche quando tutto sembra perdersi
nello scirocco. Se penso all’anno scorso, a come mi dibattevo alla ricerca di
un’occupazione che stentavo a raccattare, mi viene quasi da ridere e vorrei
tornare da quella neolaureata scoraggiata e dirle che si, saremmo
sopravvissute, si ce l’abbiamo fatta non solo a vegetare ma a trovare un’occupazione
entusiasmante e remunerativa. Non lo avrei mai creduto, eppure sono qui, a
godermi le ferie. Eh le ferie, dopo sei mesi di corsa, studio, apprendimento,
rischi, esperienze. Dopo aver vissuto a Firenze e ora a Torino.
È strano come
improvvisamente inizi a pensare di essere adulta, di non essere più una
ragazzina che alla minima difficoltà va dai genitori. O meglio che non vive più
con la propria famiglia e che non si può più disinteressare di qualsiasi
aspetto legato alla casa, alle tasse, alla vita. Una settimana fa ho firmato il
mio primo contratto serio, un contratto a tempo indeterminato con una società
di consulenza americana, ho accettato di trasferirmi a Torino e sto seguendo un
progetto entusiasmante anche se pieno di pericoli. E sono così impaziente di
compiere le mie scelte, di crescere, di entusiasmarmi anche se purtroppo
aumentano in maniera esponenziale le responsabilità. Nessuno mi tratta più come
la stagista della situazione, sono la Data Owner del nostro team, tengo le fila
dei file, condivido le opinioni e le riunioni, intrattengo rapporti con il
cliente offrendo il mio punto di vista e le mie competenze anche quando non
sono esperta in niente. Il mio manager valuta la mia opinione, il mio collega l’altro
giorno mi ha detto che il nostro
responsabile ha affermato che l’azienda vuole puntare su di me, facendomi
crescere e dandomi competenze vere. Il che è davvero entusiasmante. Anche se
spaventoso. Anche se completamente destabilizzante.
Per ora mi godo le
ferie…
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venerdì 22 luglio 2016
New town, new life
Torino ha il fascino antico di una città dalla pianta romana, così diversa
dalla tipica pianta a cipolla dei borghi medievali che popolano le mie adorate
colline. Torino è viva come lo può essere una città cosmopolita che cerca di
adattarsi al momento storico che vive, con una folla di giovani, turisti e
gente venuta all’avventura. I torinesi “falsi e cortesi”, dicono, eppure ancora
non ne ho visto uno di torinese, stando chiusa incessantemente in uno dei
palazzi storici del centro, a poche centinaia di metri da piazza Castello. Mercoledì
sono uscita alle dieci dall’ufficio, con la consapevolezza che lavorare come
consulente significa stare lì e battere sul ferro finché è caldo. Eppure come
al solito mi trovo in un nuovo ambiente, completamente spaesata, a cercare di
rimettere in fila i pezzi, senza competenze specifiche, senza le conoscenze
bancarie che proprio non ho, perché ehi in fondo sono un ingegnere biomedico.
“Come sei arrivata qui?” “No comment” è stata la risposta di oggi al
ragazzo che me lo ha chiesto. Come lo spieghi che trovare lavoro è
difficilissimo e che per necessità finisci per accontentarti di qualsiasi cosa?
Che poi alla fine non mi sono accontentata perché quello che
faccio mi entusiasma anche se in questo momento sto un po’ arrancando. Ma è
incredibile vedere come si gestisce una banca, come si mette su il motore che
la fa funzionare, e sapere che stai contribuendo a farla andare avanti.
Eppure sono qui che combatto da quando sono arrivata con un cavolo di
software che non vuole girare, con excel da riempire e io odio excel e la
consapevolezza di essere l’unica donna in un team declinato tutto al maschile. L’altro
giorno si andava avanti a suon di battutacce di un maschilismo che davvero ero
basita, ma ho cercato di ignorare tutta la situazione, perché ehi sono l’ultima
arrivata, e c’era il boss del cliente che ci paga e io davvero non potevo dire
nulla. Un altro tipo se n'è uscito “Stavo discutendo con il responsabile delle
filiere per inserire questo attributo, ma mi ha segato” “Perché non hai insistito?” gli hanno chiesto,
“No era una donna, mi sono tirato indietro” come se una donna non fosse una
persona con cui discutere e con cui raggiungere il compromesso più adeguato. Questi
pregiudizi radicati in una mentalità gretta, in cui il tecnico è solo un uomo e
una donna non può fare l’informatico perché non ne è in grado, deve finire. Ieri sono andata a consegnare gli excel finiti dal cliente sorridendo, e uno dei tipi mi ha detto "Se arrivi sorridendo così è si a prescindere", io ho continuato a sorridere, ho consegnato quello che dovevo e me ne sono andata.
Perciò non solo il progetto è un treno in corsa su cui devo saltare a bordo al volo perché non si ferma per me e con mille scadenze che io davvero non so come faremo a rispettare, considerando che abbiamo perso un botto di tempo stamattina per una riunione in cui abbiamo parlato di fluffa!, ma devo anche farmi forza, farmi il culo e dimostrare che sono capace quanto gli altri, che posso allinearmi e in frettta, perché in fondo io ce la posso fare, spero, anche in un mondo di uomini.
Perciò non solo il progetto è un treno in corsa su cui devo saltare a bordo al volo perché non si ferma per me e con mille scadenze che io davvero non so come faremo a rispettare, considerando che abbiamo perso un botto di tempo stamattina per una riunione in cui abbiamo parlato di fluffa!, ma devo anche farmi forza, farmi il culo e dimostrare che sono capace quanto gli altri, che posso allinearmi e in frettta, perché in fondo io ce la posso fare, spero, anche in un mondo di uomini.
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Torino
venerdì 15 luglio 2016
Che lavoro fai?
- Studi?
- No, no, lavoro, mi sono laureata lo scorso anno.
- Ah bene... Che lavoro fai?
- Sono una consulente informatica.
- E di cosa ti occupi di preciso?
- Gestisco database, l'azienda per cui lavoro produce l'hardware e io aiuto i clienti a gestire il database all'interno del data warehouse aziendale con i nostri software specifici. Aiutiamo anche nella costruzione di un data warehouse ex-novo seguendo un nostro modello collaudato. Interrogo il database per avere informazioni utili secondo le richieste del cliente, opero per aumentare le performance, sviluppiamo applicazioni...
- Cosa?
- Lavoro con i computer per fare cose in un'azienda!
- Ah bene, senti io ho questo problema...
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